Ancora sangue in Afghanistan: uccisa giornalista

Kabul

Crivellata di colpi, assieme al sua autista. È morta così a Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar – nell’ennesimo agguato – Malalai Maiwand, giornalista radiotelevisiva e attivista per i diritti umani. È il terzo reporter ucciso da novembre, il decimo a cadere nel corso del 2020.

Un portavoce del governo provinciale, Attaullah Khogyani, ha confermato il brutale omicidio: l’attacco ai danni della giornalista di Enikas Radio e Tv è stato sferrato mentre si stava recando in redazione. Maiwand aveva una storia familiare di violenza subita nel martoriato Paese: 5 anni fa la madre della giornalista, che era una storica attivista per i diritti umani, era stata uccisa da non meglio identificati uomini armati. In assenza di rivendicazione, fonti locali hanno attribuito a «elementi armati» la responsabilità dell’uccisione di Maiwand e di chi guidava il veicolo, in una zona in cui sono attivi gruppi armati collegati al Daesh.

Un portavoce del ministero dell’Interno, Tariq Arian, ha ricordato che in Afghanistan nell’ultimo decennio la stragrande maggioranza dei giornalisti è stata uccisa per mano dei taleban. Un’accusa indiretta respinta dal portavoce dei taleban, Zabihullah Mujahid, che ha formalmente negato il coinvolgimento del gruppo nella morte di Maiwand.

L’emittente Enikas per la quale lavorava la reporter, è stata già colpita in passato: il suo proprietario, Zalmay, era stato rapito nel 2018. «Con l’uccisione di Malalai, si restringe ulteriormente il terreno di lavoro per i giornalisti donne che rischiano di non potere più svolgere la propria attività come prima», ha riferito Nai, organizzazione di sostegno al settore dei media. A novembre altri due giornalisti avevano perso la vita in due attacchi: il 33enne Mohammad Ilyas Dayee di

Radio Free Europe/Radio Liberty, morto nell’esplosione di un ordigno collocato sulla sua auto, e Yama Siawash, noto presentatore di Tolonews Tv, assassinato con un’autobomba a Kabul. Il deteriorarsi della libertà di stampa è stato condannato dal governo e da diverse ambasciate di Paesi occidentali, che temono per il futuro dei diritti umani dopo il ritiro delle truppe straniere previsto per il 2021.

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