Asino mite, nel presepe una figura da rivalutare

UMBERTO FOLENA

Nel presepio, a tenere compagnia a Maria, Giuseppe al Bambino, ci sono l’asino e il bue. Certi puristi della massima osservanza faranno notare che i vangeli non parlano né dell’uno né dell’altro, e dedurne la presenza solo perché il Bambino viene adagiato in una mangiatoia è arbitrario, ambiguo e anche un poco eretico.

Stiamo esagerando. Nessun ‘purista’ si permetterebbe di muovere simili obiezioni perché andrebbe contro una tradizione consolidatissima che risale al presepio numero uno, quello di Greccio. Però dispiace notare presepi essenziali che, certo per assoluta mancanza di spazio, sono privi di asino e bue. I due sono importantissimi e non solo perché, con il loro fiato e il loro corpo, tengono caldo al Bambino, che peraltro nei presepi è quasi sempre messo nella mangiatoia seminudo, come se fossimo in agosto.

L’asino e il bue siamo noi. È il mondo. Sono i popoli tutti, ebrei e gentili, che riconoscono nel Bambino il loro Signore. Lo suggerisce Isaia (1,3) con il lamento di Dio: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende».

Il Bambino è il Signore e Padrone, che tutto il creato riconosce come tale.

Il problema è che asino e bue non godono della medesima considerazione. Il bue, gran lavoratore, è stato perfino definito ‘pio’. Non è animale di eccessiva iniziativa, da cui il poco onorevole ‘popolo bue’. Ma sempre meglio dell’asino, sinonimo di sciocco e stupido.

Asino è spesso usato come parolaccia.

Complice Collodi, i ragazzi scapestrati che marinano la scuola preferendo una vita sfaccendata si tramutano in asini.

Non è giusto. L’asino è umile e servizievole.

Gesù, per entrare a Gerusalemme, sceglie lui.

Fosse comparso in groppa a un cavallo, magari un destriero dal nobile portamento, degno di un re, come tale sarebbe stato considerato: un sovrano sì, ma di questo mondo. I guerrieri vanno in battaglia su un cavallo e non s’è mai sentito che ci siano andati a dorso d’asino.

L’asino è mite. E il fatto di evitare di galoppare alla carica contro un muro di picche nemiche, calpestando soldati e facendosi squartare, depone a favore della sua intelligenza.

L’asino nella grotta dunque ci sta bene. È anche possibile, anzi presumibile e logico, che Maria incinta non abbia affrontato il viaggio da Nazareth a Betlemme a piedi. Lei magari sarebbe stata anche disposta a provarci. Ma che razza di marito sarebbe stato Giuseppe se non avesse procurato una cavalcatura per la futura mamma? Quindi Maria viaggiava a dorso del fido asinello. Lo stesso, a questo punto, che è nella grotta e nel presepio.

Sempre lo stesso identico asinello porta Maria e il Bambino nella fuga in Egitto, altro viaggio che a una puerpera è altamente sconsigliato intraprendere a piedi. Sì, l’asinello occupa un posto di tutto rilievo nella Storia ricordata dal presepio.

Asino e asinello, somaro e somarello, ciuco e ciuchino. E in Sicilia sceccu. L’etimologia è incerta. La radice potrebbe essere armena o mediorientale, la stessa di scirocco, e rifarsi al mito di Tifone, mostro dal muso asinino e dal fiato bollente, che Zeus fa sprofondare sotto la Sicilia. Oppure è tutta colpa di re Miramolino, arabo conquistatore, che ai siciliani proibì di andare in giro a cavallo e armati. I siciliani, riconoscenti, avvelenarono gli abbeveratoi.

Miramolino cercò di fare arrivare altri cavalli, ma le navi affondarono tutte, tranne una carica di asini. I capi saraceni, gli ‘sceicchi’, furono costretti ad andarsene in giro sugli asini, derisi. E il loro nome passò alla nobile bestiola. Con buona pace del bue, che simili storie se le sogna.

Avvenire

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