“I preti sposati molto bravi, sono fiero di loro”. Il cardinale Luis Sako chiede l’estensione del clero uxorato all’intera Chiesa Cattolica

“Personalmente ho ordinato dieci preti sposati, sono molto bravi e sono fiero di loro. Questi preti, prima della loro ordinazione, hanno frequentato gli studi e hanno una solida formazione umana, teologica e pastorale”. E’ la testimonianza del patriarca caldeo di Baghdad, cardinale Luis Sako, consegnata a Settimana news, il sito che ha sostituito la Settimana del clero e si rivolge alle comunità parrocchiali italiane.
Nel suo testo, il card. Sako prende posizjone apertamente a favore di un allargamento della prassi dei preti uxorati all’intera chiesa cattolica, mentre oggi sono ammessi solo in alcune chiese di rito orientale.
“Sono sposati, è vero, ma perché non approfittare del loro carisma?”, domanda Sako che confida il proprio desiderio di questo allargamento. “Nel rito di ordinazione – scrive il porporato – chiedo il consenso della moglie se intende aiutare il marito nel suo servizio.
Personalmente chiedo ai seminaristi cosa vogliono diventare: un presbitero celibe o sposato e, insieme, facciamo un discernimento e prendiamo una decisione”.

Il card. Sako fa il punto sulla prassi attuale: “i preti sposati si trovano – elenca – nelle Chiese cattoliche orientali: maronita, melkita, sira, armena e copta. Il matrimonio dev’essere celebrato prima dell’ordinazione sacerdotale. Solo i parroci sono sposati e non i vescovi!
In Oriente, i parroci delle chiese ortodosse non sono monaci in generale, sono persone sposate. Nelle chiese cattoliche orientali, ci sono preti sposati e ci sono preti celibi, vivono nelle parrocchie per servire i fedeli, seguono la loro formazione alla fede per viverla nei dettagli della vita quotidiana, del servizio liturgico e del servizio di carità”.

“I monaci (religiosi) – ricorda Sako – vivono nel loro monastero, seguono la regola del loro ordine e sono chiamati con il loro nome: francescani, domenicani, gesuiti…
I monaci fanno il voto di vivere in povertà, obbedienza e castità (non sposarsi) e di vivere una vita comunitaria, a differenza dei parroci che vivono soli o con altri sacerdoti, e questo è per loro un grande sostegno per uscire dalla solitudine”.
Invece, “nelle chiese ortodosse i parroci sono in maggioranza sposati, mentre i monaci vivono una vita di comunione nelle loro comunità, in un’atmosfera familiare e non nella pura osservanza della regola”.
“Perché – domanda Sako – non imparare dalla tradizione orientale? Perché la scelta esclusiva del celibato nella Chiesa occidentale?”.

Secondo il cardinale caldeo, “occorre, invece, dialogare con i seminaristi, vagliando i loro desideri e i loro timori, mediante un esame approfondito nello stile del discernimento.
La Chiesa, che è comunione, partecipazione e missione, ha l’impegno di cercare come incarnare questa immagine nella cultura di oggi.
Bisogna puntare molto – insiste Sako – sulla formazione dei candidati al sacerdozio: una formazione umana, psicologica, teologica, spirituale e pastorale.
Il presbiterato celibe e uxorato è una prassi antica in Oriente. Nelle Chiese orientali coesistono i due modelli: sacerdoti celibi e sacerdoti sposati. Talvolta lo sposato risulta superiore nella sua testimonianza, nell’amore, nell’onestà e nell’umiltà…”.

“Ci vuole – ammette Sako – un’apertura mentale e una lettura profonda della storia e delle sfide pastorali oggi. Il concetto di famiglia e di società nella visione occidentale appare intaccato da individualismo, consumismo e agnosticismo! Per non parlare della crisi delle vocazioni.

La pratica del presbiterato celibe e uxorato è una disciplina nella Chiesa, una tradizione e non una dottrina… Nei primi secoli non era così. Questo è accaduto con l’apparire degli ordini religiosi (monaci) e della loro influenza. Lo vediamo nella liturgia. La liturgia celebrata in cattedrale è abrogata in favore della lunga liturgia monastica. Solo il concilio Vaticano II ha fatto delle riforme!

“Giorno dopo giorno – conclude il patriarca di Baghdad dei caldei – trovo che il mondo è cambiato. I social media e la pandemia di coronavirus hanno imposto all’umanità una nuova realtà diversa da quella attuale: una nuova visione, un nuovo pensiero, una nuova logica, una nuova sensibilità…
La Chiesa che, per natura, deve rinascere è chiamata a rispondere alle domande dei fedeli e ai loro bisogni con onestà, chiarezza e rispetto, in modo che le risposte siano appropriate per dare il senso della fede e della vita ecclesiale, invece che fornire “vecchie risposte pronte” che non corrispondono alle aspirazioni della gente.
Le pratiche e il vocabolario teologico attuali risalgono a più di mille anni fa. A volte, non corrispondono alla cultura, alla sensibilità e alla realtà del nostro tempo”.

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