Manipolazioni, mobbing e abusi: la vita nei conventi raccontata in un libro dalle ex suore sopravvissute

Città del Vaticano – Mobbing, crudeltà, gelosie, sadismo, abusi di potere fino a sconfinare negli abusi fisici o sessuali. La vita dentro le mura di un convento molto spesso non è tappezzata di petali di rosa e di amore evangelico. Tutt’altro. «Questo libro di testimonianze ci fa sentire le grida e le sofferenze troppo spesso taciute di donne consacrate che sono entrate in comunità religiose per seguire Cristo e si sono trovate in preda a situazioni dolorose che, per la maggior parte di loro, le hanno portate fuori dalla vita consacrata» scrive suor Natalie Becquart, sottosegretario al Sinodo dei Vescovi, praticamente la figura femminile di maggiore rilievo all’interno dell’organigramma curiale dove continuano ad imperare maschilismo e discriminazione.
Un libro ha messo di nuovo il dito nella piaga costringendo la Chiesa a guardare la realtà a volte tossica della vita negli ordini religiosi, e a curare le vittime e a prevenire futuri abusi. L’autore del volume è Salvatore Cernuzio, uno dei giornalisti di Vatican Media («Il velo del silenzio», edizioni San Paolo, 20 euro) che, con grande empatia, si è avvicinato a storie umane pesantissime. Spesso donne schiacciate psicologicamente da madri superiore prive di umanità, costrette ad obbedire in un sistema di coercizione e manipolazione.

Papa Francesco alcuni giorni fa, mentre riceveva in Vaticano un gruppo di religiosi, ha suggerito la lettura di questo libro. E’ davanti a loro che ha ricordato quanto lo squallore dei rapporti umani aridi, frustranti, violenti possa danneggiare la Chiesa e le vocazioni.
Negli 11 casi affrontati solo un episodio fa luce sulla questione tabù, quella delle violenze sessuali da parte di sacerdoti, una vera e propria piaga soprattutto in Africa. In questo caso si racconta che la madre superiora, raccogliendo la drammatica testimonianza della giovane suora di 31 anni vittima del prete che frequentava la struttura per dire messa, la accusò di averlo istigato, di averlo provocato facendo la civetta. «Evidentemente siete state voi ad avere provocato i preti». Non era la prima volta che le vittime si rivolgevano alla madre superiora senza alcun esito.

Il libro, pubblicato in Italia il mese scorso, descrive bene gli abusi psicologici e spirituali che hanno portato tante donne religiose ad abbandonare la vita dei conventi. Alcune di loro, prive di mezzi e di sostegno, con le famiglie di origine (spesso povere) in Africa o in America Latina, sono finite persino per strada, altre hanno trovato rifugio in una casa per donne abusate.

L’inchiesta si ispira ad un articolo di Civilta Cattolica del 2020 e, precedentemente, ad un filone di ricerca pubblicato su Donne Chiesa Mondo a proposito dei maltrattamenti che subiscono le consacrate da parte della gerarchia vaticana. Vite alla deriva nella solitudine più totale. MOlto toccante il racconto tristissimo di una suora africana che ha saputo della morte della madre a sepoltura avvenuta perchè la madre superiora ha ritenuto che non fosse una informazione importante. Quando la giovane chiese la possibilità di andare al funerale le fu rifiutato il viaggio per il costo troppo alto del biglietto. Una scusa evidente dietro la quale si celavano malvagità e sadismo, in un clima intollerabile dove le malattie psicologiche, dagli attacchi di panico alla depressione, venivano cancellate perchè inutili testimonianze di scarsa obbedienza.

La cosa che colpisce nei racconti è il filo rosso della mancanza di libertà. Ognuna di queste giovani suore ha vissuto quasi da prigioniera. Chiudere per sempre la porta del convento e cambiare vita non era pensabile, spesso richiedeva una buona dose di coraggio poiché le strutture religiose difficilmente forniscono appoggi e aiuti. Racconta Anne-Marie nel libro: «quando ho chiuso per sempre la porta della casa generalizia non avevo idea di dove andare. Nessun documento, nessun contatto». Tramite un passaparola e a una buona dose di fortuna è poi entrata in una delle strutture delle scalabriniane dove, invece, ha avuto ascolto e soprattutto supporto psicologico. Una storia a lieto fine ma purtroppo non sempre capita così.
Il Messaggero