Lotta agli abusi sessuali e agli scandali finanziari, ecco perché nella Chiesa c’è chi vuole chiudere la parentesi Francesco

“Volevano e ancora vogliono accantonare ‘la parentesi Francesco’. Sono sia a destra sia a sinistra. Il pontificato di Bergoglio ha rotto le uova nel paniere di entrambi gli schieramenti. Sognano di tornare a fare la vita di prima misconoscendo l’onda d’urto del suo pontificato”. In curia monsignori fedeli al Papa non sminuiscono l’incontro di alcuni prelati i quali, mentre Bergoglio era ricoverato al Gemelli lo scorso luglio, si sono trovati per provare a organizzare il nuovo conclave. La verità, dicono, è che non vedono l’ora di ricominciare da prima del marzo del 2013, dal momento dell’arrivo al soglio di Pietro dell’outsider Bergoglio.
Francesco tira diritto per la sua strada. Fin dall’inizio il suo programma è stato chiaro: in scia a Evangelii Nuntiandi di Paolo VI unire evangelizzazione e promozione umana senza essere tacciato di filo comunismo. In sostanza, riappropriarsi delle istanze giuste delle teologia della liberazione senza cedere alle derive progressiste ma nemmeno a quel conservatorismo cattolico per il quale andare oltre il comunismo ha significato abbracciare in toto il neocapitalismo liberal. ‘A sinistra’ le Chiese di lingua tedesca hanno sovente abbracciato il mondo quasi misconoscendo la propria storia. A destra, anzitutto la Chiesa statunitense, ha sposato i programmi dell’ala repubblicana: “Dalla fine degli anni Ottanta in poi – dice Massimo Faggioli in ‘Papa Francesco la Chiesa e il mondo’ (Armando Editore) – il reaganismo cattolico ha investito anche le gerarchie americane, e ha dato una spinta decisiva alla formulazione teologica delle ‘culture wars’ tra le diverse anime della cultura americana e anche all’interno del cattolicesimo”.
Conferma Massimo Borghesi, autore dell’imprescindibile saggio ‘Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo’ (Jaca Book): “Il Papa dà fastidio perché vuole spingere una Chiesa immobile e bloccata da uno schema manicheo ad andare oltre, a riabbracciare il Vangelo che non può essere circoscritto alle battaglie della destra e della sinistra. Ad esempio, il Papa è risolutamente contro l’aborto ma non accetta di confinare l’impegno del cristiano nel mondo solo nella stretta ridotta dei pro-life. La lotta contro l’aborto, per quanto importante, va collocata dentro la tutela e la difesa di tutto ciò che è fragile. In sostanza il suo programma ripensa l’agenda etica, cerca il primato della dimensione missionaria e del dialogo rispetto alla dialettica, il primato della grazia e della libertà evangelica, l’attenzione preferenziale per i poveri oltre ogni schema”.

Uno scontento ‘bipartisan’
Anche in tempi recentissimi la strada del Concilio ha trovato scontenti i due schieramenti. Parte della Chiesa tedesca ha aperto un cammino sinodale in cui c’è chi auspica l’abolizione del celibato sacerdotale, l’ordinazione femminile e la benedizione delle coppie omosessuali. L’episcopato mondiale più conservatore ha invece deplorato la decisione di Franceso di stringere le maglie sul rito antico. Mentre la decisione di vietare di celebrare messe “individuali” nella basilica di San Pietro ha portato il cardinale Giuseppe Zen Zekiun, tradizionalista emerito di Hong Kong, a dirsi disposto a prendere il primo volo per Roma per “mettermi in ginocchio davanti alla porta di Santa Marta finché il Santo Padre faccia ritirare quell’editto”. Ma Francesco, stretto fra le due frange, ha fatto sapere di volere andare avanti per la sua strada. Quale? “Quella del Concilio”, ha risposto senza aggiungere altro.
Ancora prima, gli schemi prestabiliti sono stati rotti dal Papa su diversi temi. Anzitutto sugli abusi sessuali commessi dai preti. Per una certa parte di gerarchie chiedere tolleranza zero non ha giustificazioni reali. Francesco ha invece messo al centro le vittime e le loro sofferenze. E ha sancito che anche i vescovi insabbiatori possono essere giudicati da un tribunale vaticano. La stessa cosa vale per i vescovi e cardinali che si macchiano di altri crimini. Anche il suo numero tre, il cardinale Angelo Becciu, è stato chiamato a dimostrare la sua innocenza davanti a un tribunale e non in altro modo.

I pontificati di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno trovato linfa nella spinta dei movimenti ecclesiali. Francesco non misconosce questo afflato, ma come non hanno fatto i suoi predecessori è intervenuto a gamba tesa sugli abusi di potere e di coscienza che alcuni leader di questi gruppi, spesso chiusi a mo’ di setta, hanno commesso su persone loro affidate. Non esistono più movimenti “in linea” con il pontificato per grazia acquisita. Ognuno deve fare i conti con il proprio operato – evangelizzazione e promozione umana – senza ritenersi migliore.
La lotta agli scandali finanziari
Bergoglio ha messo le mani sull’economia della Santa Sede, partendo dallo Ior, per anni terra di riciclaggio e affari oscuri. Ne ha sviscerato i conti. Ha indagato a fondo. Non ha più fatto sconti: lo scorso gennaio è stato addirittura Angelo Caloia, presidente della banca dal 1989 al 2009, a essere condannato a otto anni e undici mesi per le accuse di riciclaggio e appropriazione indebita aggravata.

Una reazione ufficiale al Papa venne nel 2016 da quattro cardinali emeriti. Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner sottoposero a Francesco i “dubia”, un documento in cui dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia gli chiedevano chiarimenti circa le sue aperture sul tema della comunione ai divorziati risposati. Per i quattro l’apertura tradisce la dottrina. In realtà, come ha detto il cardinale di Vienna Cristoph Schönborn, il documento “è un atto di magistero che aggiorna al tempo presente l’insegnamento della Chiesa”, nonché “il testo di morale che aspettavamo dal Concilio e che sviluppa il contenuto esposto nel Catechismo e in Veritatis splendor”.
La Repubblica