Davide: re, credente, uomo

di: Roberto Mela in Settimana News

bibbia

Donatella Scaiola è laica e sposata, dottore in Scienze Bibliche e professore ordinario nella Facoltà di Missionologia della Pontificia Università Urbaniana. Dopo vari libri dedicati ai Profeti minori, ai Salmi e alle figure di donne nella Bibbia, in questo volume si cimenta con la figura sfaccettata e complessa di Davide.

Il testo

Nel capitolo dedicato alle questioni introduttive (pp. 11-32), oltre alla storia di 1–2 Sam nella posizione nel canone, ella tratta dell’organizzazione di 1Sam 16 – 1Re 2. Tradizionalmente si leggevano questo capitoli come una “storia dell’ascesa di Davide al trono” (1Sam 16–2Sam 8) e una “storia della successione al trono” (2Sam 9–20 + 1Re 1–2) (J. Wellhausen; cf. L. Rost)).

I limiti della storia sono discussi. Se l’interpretazione critico-redazionale distingueva due documenti fondamentali, uno dedicato all’ascesa di Davide e un altro alla sua successione (per qualcuno distinti e uniti in modo maldestro), le letture di tipo sincronico sono attente al carattere narrativo-letterario del testo, apprezzando la sua natura di story, un bell’esempio di arte narrativa, una storia raccontata con grande abilità. J.-P. Sonnet propone la seguente divisione: 1Sam 16–2Sam 5 (“Tutto ciò che serve per essere re”) e 2Sam 7 – 2Re 2 (“Tutto ciò che serve per essere padre”).

Genere letterario e scopo

Circa il genere, letterario e l’obiettivo della narrazione, si riteneva che la storia fosse un’opera storiografica antica ascrivibile a testimoni oculari degli eventi e che la sua intenzione fosse quella di indicare Salomone come legittimo successore al trono di Davide. Secondo altri, l’autore era invece contrario alla monarchia di Davide-Salomone, ma il racconto originario passò attraverso una redazione favorevole a Davide.

G. von Rad sottolineò l’importanza teologica del racconto, inserendo la storia della successione nel contesto della storiografia antica, un testo appartenente alla saga di un eroe, dove l’umanizzazione della storia comporta il fatto che le decisioni umane sono prese sul serio e considerate fattori determinanti nello sviluppo degli eventi storici.

J. Van Seters definisce ultimamente il racconto come “saga di Davide”, con l’obiettivo di essere un “serious entertainment”, avente come scopo quello di criticare l’istituzione della monarchia e scritta nel IV sec. a.C.

R. Alter pensa, invece, che l’obiettivo principale del racconto non sia la successione al trono ma l’illuminazione delle complesse relazioni che intercorrono tra le vicende di Saul, Davide e Samuele.

P.K. McCarter preferisce parlare di “apologia di Davide”, elaborata nel regno di Giuda da circoli favorevoli a Davide.

Le probabili accuse rivolte a Davide potrebbero essere le seguenti: Davide ha cercato di farsi avanti a corte, a spese di Saul; Davide è stato un disertore; Davide è stato un mercenario a servizio dei filistei; Davide era coinvolto nella morte di Saul e di Giònata; Davide era implicato nella morte di Abner e di Is-Baal.

Vari autori (ad es., B. Halpern) sostengono che l’opera abbia una natura apologetica, che vuole essere storica e avallano la loro lettura servendosi di dati archeologici.

Halpern arriva a presentare una figura storica di Davide che è il contrario di quella ritratta nella Bibbia.

Anche S.L. McKenzie ritiene che il racconto biblico sia un’apologia di Davide, il quale sarebbe stato invece un tiranno e un assassino.

Ricordiamo – oltre la stele di Mesha – che la stele di Dan, scoperta nel 1993, menziona una bytdawd, che potrebbe significare “casa di Davide”.

La suddivisione del racconto in due o più documenti è un’ipotesi – afferma Scaiola –. Quello che abbiamo è un ciclo di racconti che riguardano Davide, la sua famiglia e la sua corte. Varie letture degli studiosi forniscono un’immagine parziale di Davide, sia in senso positivo sia negativo. Chi ne fa un eroe, chi un assassino e un usurpatore, chi ritiene che la narrazione sia un’apologia propagandistica elaborata a sostegno della monarchia. Molti – secondo la studiosa – tendono a semplificare il ritratto sfumato che la Bibbia offre di Davide.

Lettura sincronica e narratologica

Scaiola decide di prendere in esame il testo finale del racconto biblico, leggendo gli episodi salienti e sottolineando le relazioni intessute da Davide con i vari personaggi della trama. Valorizza il fatto che i libri di Samuele siano considerati testi profetici nella tradizione ebraica, con significati profondi che vanno al di là del puro resoconto dei fatti.

La studiosa è attenta al fenomeno dell’intertestualità, apprezza la venatura sapienziale presente nel racconto, che invita il lettore a compiere un attento discernimento a proposito dei personaggi e della storia che li riguarda, tenendo conto delle complesse relazioni che vengono progressivamente delineate. Non mancano tratti di ironia e di critica della sapienza puramente umana.

La preferenza viene sempre accordata al testo ebraico masoretico. Vien riportata la traduzione CEI, con miglioramenti quando necessari. Nelle note, oltre alla bibliografia scientifica di riferimento, sono riportate alcune brevi discussioni che illustrano il significato letterale delle parole. I doppioni presenti illustrano la sfaccettatura della figura di Davide.

L’articolazione del libro di Scaiola segue grosso modo il testo biblico, sottolineando le relazione che Davide intrattiene con gli altri personaggi, attuando una lettura sincronica e narratologica che faccia apprezzare la bellezza dell’intrigo del testo, non dimenticando gli spunti lì presenti che rimandano a una visione teologica in cui Dio, a volte assente materialmente nel testo, continua ad abbracciare, a seguire e a rispettare le decisioni umane, anche se non sempre esse sono positive. Si tratta del principio della “doppia causalità”, secondo cui l’uomo e Dio concorrono ciascuno per la sua parte all’evoluzione della storia. L’autore biblico non manca però di far notare, varie volte, la disapprovazione di Dio (tramite quella dell’autore).

Saul e Davide

Gli inizi della storia di Davide (1Sam 16–17, pp. 33-68) presentano diversi punti di vista sulla sua figura. In 1Sam 16 si succedono la scelta di Davide da parte di Dio (pur essendo il più piccolo dei fratelli della sua famiglia) e poi da parte di Saul. 1Sam 17 racconta la presenza di Davide che, nell’accampamento di battaglia, viene presentato a Saul e uccide il borioso gigante filisteo Golia.

Nei due capitoli successivi (pp. 69-118; 119-154) si analizzano i rapporti tra Saul e Davide: l’insorgere del conflitto per gelosia circa la quantità dei nemici uccisi, la strage dei sacerdoti di Nob, mentre in 1Sam 24–26 sembra che, al centro del racconto, ci sia la domanda su quale modello di re sia il migliore.

Davide risparmia due volte la vita a Saul quale consacrato del Signore e sposa la saggia Abigail, vedova dello stolto Nabal. Davide è presentato come uomo che cerca la pace e il dialogo e anche il riconoscimento della propria innocenza da parte di Saul. Tra i due resta una grande distanza e, mentre Davide se ne fugge dai filistei diventando un guerriero di fama e protettore più o meno “mafioso” delle greggi locali, Saul si avvia alla sua morte sul monte Gèlboe. I due non si vedranno mai più de visu.

Il testo biblico illustra la necessità di non dover uccidere nessuno, né il consacrato Saul né lo stolto Nabal. Questa volta Davide trattiene il suo rancore che lo porterebbe all’uccisione di Nabal. Dopo il periodo di servizio alla corte del re filisteo di Gat, Achis, viene raccontata la fine di Saul, ferma restando l’ambiguità dell’esatta concretizzazione dell’evento, sospeso fra il suicidio e l’uccisione da parte di una soldato straniero amalecita che, per questo gesto errato verso il consacrato del Signore, verrà ucciso dalle guardie del corpo di Davide.

Sul monte Gèlboe muoiono Saul ma anche Giònata, il figlio del re ma, nello stesso tempo, amico di Davide. Scaiola avverte che il senso complessivo dell’elegia composta da Davide per la morte di Saul e Giònata (cf. 2Sam 1,19-27) è discusso: a un primo livello, Davide celebra il coraggio e la prestanza militare dei due eroi e fa il lamento per la loro morte. A un secondo livello, sembra invece che stia denigrando i due. L’elegia non è infatti strutturata seguendo gli accenti tipici della qinah, il lamento funebre. Sembra che si canti, di fatto, il contrasto fra ciò che era in alto e che ora è caduto. Nonostante la loro grandezza, essi sono caduti e Saul è stato rigettato.

La regalità di Saul viene denigrata. L’arco e la spada alludono a una celebrazione convenzionale del successo militare dei due. L’arco di Gionata allude alla scelta di Gionata a favore di Davide, contro il parere del padre. La spada rimanda al fatto che Saul non uccise il re nemico Agag, fatto che gli costò il suo rigetto da parte di Dio. Quella spada uccise invece i sacerdoti di Nob e fu lo strumento con il quale Saul si suicidò. Davide può quindi cantare il fallimento della storia di Saul, terminata in modo tragico.

«In conclusione, il lamento di Davide può essere inteso come autentica espressione di dolore, oppure come un discorso che serve i suoi propri interessi; forse non è nemmeno necessario scegliere tra le due opzioni, che conterrebbero entrambe una parte di verità» (p. 152-153).

Ordinando l’insegnamento dell’elegia ai figli di Giuda, Davide si pone come il nuovo leader che è nella posizione e ha il potere di interpretare in maniera autorevole (e definitiva) il senso della morte di Saul (e di Giònata). Posta al centro dei libri di Samuele, questa elegia rimanda intertestualmente sia all’inizio della storia – al cantico di Anna (1Sam 2,1-10) – sia alla fine, ai cantici di Davide (2Sam 22; 23,1-7).

Davide, Giònata e Mical

Scaiola dedica un capitolo del suo libro al rapporto esistente tra Davide e Giònata (1Sam 18,1-5; 19,1-7; 20; 23,15-18; pp. 155-173), il figlio del re Saul.

Legato a Davide da una profonda amicizia – e non da altro tipo di affetto, afferma la studiosa –, rappresenta un personaggio “perfetto” (p. 171). Egli non evolve nel suo atteggiamento: fedele al padre, accanto al quale morirà, è una figura di estrema generosità, amicizia, fedeltà, assenza di invidia e di odio verso chi, di fatto, lo sta soppiantando nella regalità. Egli dona le sue vesti e le sue armi a Davide, abdicando in tal modo virtualmente alla sua successione al trono. Giònata media continuamente tra il padre Saul e l’amico Davide: lo difende, gli salva la vita, lo sostiene e, quando la sua funzione è compiuta, scompare dalla scena. Giònata risolve in tal modo il grave problema: come potrà Davide diventare re, pur essendo stato unto dal Signore? Abdicando il suo diritto al trono, Giònata favorisce e rende possibile la transizione fra Saul e Davide.

Scaiola non manca di far notare la passività di Davide in tutto questo, facendo sorgere un dubbio sulla reciprocità del rapporto tra i due. È comunque un fatto che, nel racconto biblico, Davide non manifesta chiaramente i propri sentimenti e non è esente da bugie, ritrosie e silenzi. «Di Davide non si dice che abbia amato qualcuno nei libri di Samuele […] I motivi, i pensieri, i sentimenti e le paure che altri personaggi provano, specialmente quelli di Saul e della sua famiglia, sono incessantemente rivelati, mentre quelli di Davide rimangono opachi» (p. 160).

Un altro personaggio che si trova in una posizione molto difficile è Mical (“Davide e Mical”, pp. 173-202), la figlia di Saul data in sposa a Davide al prezzo di cento prepuzi di filistei (Davide ne porterà a Saul duecento, per stare sul sicuro…, cf. 1Sam 18,20-27).

Mical è chiamata “figlia di Saul” quando sfida il marito, e “la moglie di Davide” quando, invece, inganna il padre favorendo la fuga di Davide.

Mical esercita la sua libertà sostenendo prima il marito e poi rappresentando la casa di suo padre. Per il resto, ella è manipolata dai due: è vittima sia del desiderio di Saul di eliminare Davide, sia di quello di Davide di diventare genero del re, acquisendo in tal modo potere.

Il racconto fa riflettere il lettore sui rischi che la monarchia pone: rischi connessi con un certo modo di gestire il potere, e gli abusi che la lotta per esso ha generato nella società israelitica. Alla fine del racconto, Mical (di cui si ricorda la mancanza di figli) è trattata in modo durissimo da Davide (2Sam 6,21-22), di cui non si conoscono i reali sentimenti nei suoi confronti (solo cinismo politico?).

Dopo la morte di Saul, Davide l’aveva richiesta indietro a Is-Baal e il marito Palti – al quale, durante l’assenza di Davide da Gerusalemme, era stata data in sposa – la riporterà piangendo a dirotto (cf. 2Sam 3,14-16). Morirà senza aver avuto figli (cf. 2Sam 6,23).

Davide, Betsabea e pratiche errate della monarchia

La svolta decisiva nel racconto (2Sam 11,1–12,15) è contenuta nei capitoli che narrano la tragica vicenda dell’adulterio di Davide con Betsabea e la cinica e perfida uccisione del suo legittimo marito Uria l’Ittita, fedele ufficiale di Davide.

Segue l’intervento critico del profeta Natan che, con la parabola dell’uomo dalla sola pecorella allevata come una figlia e sequestrata e uccisa da un ricco possidente, rinfaccia a Davide la sua colpa omicida, profetizzandogli da parte del Signore la punizione che sta per comminargli formulata secondo la legge del taglione e che espone anche il giudizio teologico sull’intero misfatto: «Tu hai colpito di spada Uria l’Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso la moglie di Uria l’Ittita» (2Sam12,9-10). Una punizione e un giudizio teologico ben chiari.

La spada non si allontanerà mai più dalla casa di Davide, il figlio nato da Betsabea morirà e Assalonne si unirà alla luce del sole con le concubine di Davide (2Sam 16,22).

Di Davide non emerge alcun sentimento particolare verso Betsabea, e così pure da parte di quest’ultima. Non è facile stabilire se il fatto si configurò come uno stupro o come un atto sessuale fra adulti consenzienti (anche se di diversa collocazione sociale). La parabola raccontata da Natan «appartiene al genere letterario del rîb, il cui scopo è quello di permettere a Davide di riconoscere i peccati da lui commessi, chiedendo il perdono di Dio» (p. 224).

All’apice della sua carriera, a Davide viene annunciata la fine della sua dinastia. Essa terminerà non a causa del fato o del destino, ma a motivo delle scelte fatte dal re e dai suoi figli, i quali commetteranno le stesse colpe di Davide, se non anche peggiori. Davide ha commesso degli atti che non hanno toccato soltanto il rapporto con gli uomini, ma anche quello con Dio stesso, che egli ha disprezzato. E Davide lo riconosce e si pente: «Ho peccato contro il Signore!» (2Sam 12,13).

In questa parte del racconto, spartiacque nella narrazione relativa a Davide, emergono con chiarezza alcuni tratti della personalità del re. Dapprima ambigui, ora si rivelano con tinte sempre più fosche. Emerge un Davide diverso: un padre cieco e passivo verso i figli, un re debole e facilmente manipolato da vari personaggi, anche suoi consiglieri.

Attraverso la citazione della Scrittura – da parte di suo nipote, il generale Ioab – e per la mediazione del profeta Natan, viene espressa una critica nei confronti della monarchia e, più in generale, del potere. «Non vien contestata né l’istituzione monarchica in quanto tale, né il fatto che il potere debba essere esercitato da qualcuno; la contestazione profetica riguarda il modo in cui in pratica la monarchia utilizza il potere, sfruttando le persone per favorire gli interessi personali e tradendo la relazione con Dio» (p. 228). Partito da una debolezza, «il re si trova invischiato in una rete, da lui stesso tessuta, fatta di menzogne, manipolazioni, violenza, dalla quale esce ferito e in parte sconfitto, anche se perdonato da Dio» (p. 229).

Una vicenda drammatica e attualissima, che descrive la dinamica della colpa, che da un desiderio segreto si evolve in atti sempre più gravi, con conseguenze sempre più devastanti, finché non si arriverà al momento della verità, confessando la propria colpa e accettando il perdono di Dio. «La colpa negata, infatti, produce la morte, mentre la confessione del peccato apre alla vita» (ivi).

Amnon e Tamar. Stupri, donne e potere

Il capitolo dedicato da Scaiola al drammatico episodio di stupro consumato da Amnon nei confronti della sorellastra Tamar (2Sam 13; pp. 231-260) mette in luce la posizione totalmente indifesa della donna in questione, il consiglio infido ricevuto da Amnon da parte di Ionadàb – «un uomo molto esperto» – (2Sam 13,3), il sordo rancore covato da Assalonne nei confronti del fratellastro (che lo porterà a farlo uccidere, 2Sam 13,29), il mancato controllo di Davide sulla condotta dei figli.

Con l’atto dello stupro non si commetteva tanto un atto contro la donna, ma l’offesa contro l’onore, il potere politico o lo statuto sociale di un clan o di una famiglia che venivano in tal modo compromessi.

I racconti biblici non riconoscono lo stupro in primo luogo come un crimine commesso contro le donne, ma piuttosto come un atto di forza esercitato contro i loro rispettivi padri e mariti. In questo caso si attenta all’onore di Assalonne, mentre l’unione di quest’ultimo con le concubine di Davide alla luce del sole sarà un affronto contro Davide ed esprimerà il diritto coltivato e messo in atto di succedere al re in carica. Questo sarà il caso dell’intenzione non dichiarata di Adonia nel volere Abisag, la donna che accudiva Davide nella sua “fredda” vecchiaia.

Tamar scongiura Amnon di non commettere una tremenda nebalah, mai compiuta in Israele, una cosa stolta che si può evitare chiedendo i debiti permessi. La sapienza si oppone alla passione ossessiva. Amnon degrada Tamar riducendola a oggetto, la disumanizza distruggendola, costringendola a vivere il resto della propria vita ritirata in casa, nella vergogna. La sorella, bella e vergine, è diventata la sorella violentata e isolata.

Davide si arrabbia, ma non mette in atto alcuna reazione e tace. Egli infatti amava molto Amnon, in quanto suo primogenito (2Sam 13,21b), realtà ricordata solo dalla traduzione greca dei Settanta e dalla Vulgata, assente nel testo ebraico masoretico. Davide è un re debole. Assalonne ospiterà Tamar in casa sua e la vendicherà due anni dopo, facendo uccidere Amnon (cf. 2Sam 13,23-37).

Il caso di intertestualità con Gen 38 (Tamar che si unisce col suocero Giuda che le nega il levirato, il matrimonio col suo terzo figlio, Sela, dopo la morte del primo marito Er) è molto chiaro. Giuseppe dalla veste dalle lunghe maniche (come quella di Tamar, 2Sam 13,18), come uomo è più forte di Tamar e riesce a respingere le avances della moglie di Potifàr (cf. Gen 39, 7-11).

Altri racconti truci di violazione di donne sono riportati in Gen 34 (la storia di Dina violentata, che porta a un passo dall’estinzione della tribù di Beniamino) e in Gdc 19 (la violazione e l’uccisione della concubina del levita). Nella storia di Tamar (e di Giuseppe) non si può non notare che Dio non interviene e non ascolta il grido dell’offeso.

(A p. 238 nota 15 lettera A., leggi “innamorato).

Davide e Assalonne. Amici e avversari

Il rapporto tra Davide e Assalonne, esaminato attentamente da Scaiola (pp. 261-294) ci pone di fronte un figlio di Davide estremamente bello, dalla foltissima capigliatura (= grande virilità), ambizioso, narcisista, freddo programmatore dei propri progetti di potere e di vendetta.

Davide aveva risposto al profeta Natan che, chi – nella parabola propostagli – aveva sequestrato al povero pastore l’unica pecorella che possedeva, avrebbe dovuto pagare quattro volte tanto (cf. 2Sam 12,5-6). E difatti Davide perderà quattro figli: il primo bambino nato a Betsabea, Amnon, Assalonne e, infine, Adonia.

La radice della vicenda di Assalonne può essere vista in 2Sam 13-14, ma la rivolta parte con il c. 15, si sviluppa nei cc. 16-18, e si conclude con la morte di Assalonne (cf. 2Sam 18,14).

La rivolta di Assalonne inizia quattro anni dopo la sua fuga a Geshur in seguito all’uccisione di Amnon da lui ordinata e il suo ritorno a Gerusalemme, con il perdono ottenuto da Davide dopo due anni (cf. 2Sam 14,33). In seguito, Assalonne si presenta alla porta di Gerusalemme (= in questo caso, nella sua funzione di tribunale…) come uno che vuole dare ragione a tutti coloro che si presentano a lui, senza la ricerca della corretta verità giudiziaria. Egli giudica a favore del litigante, non a favore dell’innocente. Va contro Dt 25,1, la legge di YHWH.

La valutazione del personaggio da parte dell’autore biblico è negativa. Assalonne sovverte la legge di Israele per ottenere il supporto di coloro che possono aiutarlo nella sua rivolta. Egli manipola Davide, che lo congeda in pace per il suo pellegrinaggio a Ebron (2Sam 15,9). Sarà l’ultima volta che lo vede vivo.

La fuga di Davide di fronte ad Assalonne (cf. 2Sam 15,13ss) è un misto di decisione religiosa di un credente e l’atto di un astuto stratega.

Davide incontra una serie di personaggi che lo appoggeranno e altri a cui promette salva la vita, anche se al momento lo insultano, salvo poi rimangiarsi la parola data al momento del testamento riportato in 2Re 2. In esso, Davide chiederà a Salomone di chiudere i conti con Ioab e con Simei.

Il sacerdote Sadoc passerà dalla parte di Assalonne – ma Salomone lo nominerà alla fine sacerdote a Gerusalemme al posto di Ebiatàr –, Ittai di Gat gli rimane fedele, l’amico Cusài resta tale e serve Davide come informatore e consultore di Assalonne contro l’ascoltatissimo Achitòfel (per un suo consiglio non seguito da Assalonne costui si suiciderà, caso raro nella Bibbia).

Siba lo rifornisce di viveri appena giunto con i suoi stremato in cima al monte degli Ulivi, mentre Simei lo copre di insulti, di polvere e di sassi sulla salita di Bacuirìm. Davide lo lascia fare, pensando che egli stia adempiendo un volere divino.

Le scelte delle persone vertono sul problema: qual è la parte della giustizia, quella del re o quella di suo figlio? Il consigliere di Assalonne Achitòfel era però anche nonno di Betsabea, e forse alla fin fine voleva sbarazzarsi di Assalonne…

2Sam 17,4 afferma il principio della doppia causalità (cf. anche 2Sam 16,8.11): «Il Signore aveva stabilito di rendere nullo il buon consiglio di Achitòfel per far cadere la rovina su Assalonne». «Le persone agiscono liberamente, ma Dio non è assente totalmente dalla scena. Da una parte, Assalonne è uno strumento nelle mani di Dio per punire Davide a motivo del suo peccato, ma, dall’altra, Assalonne agisce anche in maniera sbagliata per sua scelta: per la sua ambizione, per il suo narcisismo, ecc.” (p. 287).

Nella Bibbia si cercava il consiglio di YHWH tramite i profeti. I consiglieri umani della storia di Davide sono un po’ ironicamente criticati e sminuiti. Anche qui un’altra domanda per il lettore: dove sta la vera sapienza all’interno di una storia spesso governata da scelte ambigue e da logiche di potere?

Violando l’espresso comando del re Davide, il generale Ioab – valoroso soldato, capo dell’esercito nonché nipote di Davide – ucciderà a sangue freddo Assalonne impigliato con i folti capelli in una grande quercia, mentre il mulo (cioè la sua pretesa al trono regale) si sfila da sotto di lui. Davide piangerà a lungo il figlio, contro il quale però aveva mandato l’esercito a combattere… (cf. 2Sam 19,1-9). L’ambiguo re sembra fallire sia come padre sia come re e, nel momento in cui il ruolo pubblico e quello privato entrano in conflitto, egli non riesce più a prendere decisioni lucide.

Il dolore di Davide stavolta è davvero autentico ma, nello stesso momento, egli dimostra sudditanza completa nei confronti del generale Ioab che gli rivolge la parola in modo molto duro, invitandolo a mostrarsi al popolo facendo prevalere l’aspetto pubblico – politico – dell’esito della faccenda.

Nel suo testamento Davide chiederà a Salomone di uccidere Ioab (cf. 1Re 2,5-6): «Agirai con la tua saggezza, e non permetterai che la sua vecchiaia scenda in pace negli inferi». Accodatosi al rivoltoso Adonia, Ioab troverà la morte proprio presso i corni dell’altare dove si era rifugiato. Paga così la sua violenza perpetrata contro Assalonne, contro il capo dell’esercito del nord Abner, e Amasà, capo dell’esercito di Giuda (cf. 2Re 2,28-35).

«In conclusione – si chiede Scaiola –, ci possiamo domandare chi in realtà vinca o perda nel confronto tra Davide e Assalonne e tra Davide e Ioab» (p. 294).

Verso la fine della storia. Eroismo di Rispa, preghiera, oracolo e censimento

I capitoli che avviano la conclusione della storia di Davide (2Sam 21–24) non sembrano essere una semplice aggiunta di episodi vari e scollegati fra loro e dalla narrazione precedente.

Nel 1902 K. Budde vi individuò un’interessante struttura chiastica: A) Carestia e peccato di Saul (21,1-14); B) Lista di guerrieri di Davide (21,15-22); C) Poema (22,1-51); C’) Poema (23,1-7); B’) Lista di guerrieri di Davide; A’) Censimento e punizione di Davide (24,1-25). (A p. 315, nota 41, r 5 leggi “praise”).

L’impiccagione di sette discendenti saulidi quale contropartita di un giuramento non mantenuto di Saul verso i gabaoniti – non altrimenti menzionato –, mette in luce la tragica storia della coraggiosa e pia Rispa, concubina di Saul, che veglia tenacemente per mesi giorno e notte per proteggere i cadaveri dei suoi due figli e degli altri cinque dallo scempio (cf. 2Sam 21,1-4).

Il primo dei due poemi di Davide (= Sal 18) descrive la confessione di fede di Davide e l’invocazione a Dio, la situazione di angoscia e la descrizione dell’esperienza di liberazione (22,1-7); segue la descrizione di una teofania che ricorda quella del Sinai (vv. 8-20), una riflessione sulla liberazione ottenuta dal Signore (vv. 21-28) e una confessione di fede (vv. 29-51).

Il secondo poema (23,1-7) riporta le ultime parole di Davide in forma di «oracolo di Davide, figlio di Iesse, oracolo dell’uomo innalzato dall’Altissimo» (v. 1b-c).

Davide è presentato inaspettatamente anche quale profeta. Il censimento (2Sam 24), come atto di potenza militare che sfida la pura fiducia in Dio, è punito con tre giorni di peste. Davide ne chiede perdono a Dio, comprando inoltre l’ara di Aruanà e costruendovi un altare.

Davide e Salomone. Un testamento “impegnativo”

La vera e propria conclusione della storia di Davide abbraccia il suo testamento e la sua morte, riportati in 1Re 1,1–2,11. L’anziano re, che soffre il freddo, è accudito dalla bella Abisag e muore nel suo letto dopo aver dettato testamento (cf. 1Re 2,10-11). Adonia, figlio di Davide e di Agghìt e figlio maggiore fra quelli rimasti in vita, inscena un’intronizzazione che ricorda quella di Assalonne. Viene perdonato una prima volta da Salomone, consacrato nel frattempo definitamente come successore di Davide dopo che Betsabea e il profeta Natan si erano appellati alla promessa/giuramento di Davide circa il suo successore, manipolandolo con parole leggermente diverse fra loro.

Nel suo testamento, Davide chiede a Salomone di chiudere i conti con Ioab e Simei, ordinandogli di ucciderli. Dopo la morte di Davide, Adonia chiede l’intercessione di Betsabea affinché Salomone gli dia in moglie la bella Abisag, che accudiva l’anziano re Davide. Chiedendo una donna appartenente all’harem regale egli attenta in tal modo alla successione regale. Questa volta Adonia non sfuggirà alla morte, comandata immediatamente da Salomone e altrettanto immediatamente eseguita da Benaià.

Mettendo in atto le disposizioni testamentarie di Davide, Salomone regola i conti con gli avversari del padre (e, potenzialmente, anche suoi): esilia il sacerdote Ebiatàr a Silo e nomina al suo posto Sadoc come sacerdote a Gerusalemme, fa uccidere da Benaià il generale Ioab e anche Simei che, in un primo tempo, Davide aveva giurato di risparmiare, ma che si rese colpevole di aver violato il comando di Salomone di non uscire dai confini di Gerusalemme. Benaià si ritrova a essere in tal modo capo dell’esercito.

Alla fine della storia, i conti sono regolati con tutti i potenziali avversari, e la successione di Salomone, frutto di intrighi e di promesse umane, ma abbracciata anche da Dio per il principio della “doppia causalità”, è assicurata stabilmente.

Specchio

L’esegeta Scaiola commenta in modo avvincente le varie vicende riguardanti Davide e la sua personalità dalle molte sfaccettature. All’esame narratologico sono aggiunte preziose annotazioni filologiche e riflessioni teologiche sulla presenza di YHWH in tutta la storia.

La Bibliografia (pp. 349-358) permette un approfondimento personale di studio su questa figura centrale nel testo biblico e nella storia di Israele.

Davide si presenta in definitiva come lo specchio di ognuno di noi, manifestando i vari pericoli in cui l’abuso di potere può far incorrere: spregio della vita umana, manipolazione delle persone e della comunicazione verbale, freddo cinismo e calcolo politico, trascuratezza nell’educazione familiare. Non mancano però in Davide il tratto della fede e la dimensione del pentimento e della preghiera.

Davide: un re, un credente, un uomo. Come volevasi dimostrare.

  • DONATELLA SCAIOLADavide: un re, un credente, un uomo (Bibbia per te 40), Edizioni Messaggero, Padova 2021, pp. 364, € 26,00, ISBN 978-88-250-4962-6.

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