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Diacono permanente alla guida di una parrocchia portoghese con il supporto dei gesuiti, ancora emarginati i preti sposati

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14 dicembre 2020
Dall’Osservatore Romano la notizia commentata dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati: “I diaconi fanno strada e restano ancora emarginati i preti sposati che potrebbero gestire in autonomia le parrocchie senza sacerdoti” (ndr).

Un diacono permanente al quale consegnare la guida pratica della comunità, supportato dai sacerdoti della Compagnia di Gesù ai quali quella parrocchia è affidata. Succede a Odiáxere, paesino affacciato sulle spiagge dell’Algarve, in Portogallo. Non un unicum da queste parti (alcune parrocchie di montagna sono da anni curate dalla missione svolta dal diacono Albino Martins e da sua moglie) ma è certamente la prima volta che ciò accade nell’ambito di una partnership tra la diocesi di Faro e un istituto religioso. Il vescovo, Manuel Neto Quintas, è convinto che il futuro di certe comunità parrocchiali — vista anche la carenza di sacerdoti, costretti a occuparsi di più realtà contemporaneamente — dipenderà dal coordinamento con altri ministeri, come il diaconato, e con i laici incaricati. «Può anche essere un segno di Dio che ci sta dicendo di servire la Chiesa in un altro modo, con forme di servizio diverse», afferma il presule al periodico diocesano Folha do Domingo. «I nostri sacerdoti hanno un numero crescente di parrocchie e non è possibile, umanamente e temporalmente, poter accompagnare» tutti allo stesso modo, spiega, aggiungendo che compito del presbitero è anche quello di accogliere «le qualità e le capacità dei laici più responsabili e, attraverso loro e con loro, risvegliare o generare servizi e ministeri nelle parrocchie a lui affidate».

La scelta è caduta sulle spalle di Nuno Francisco, 44 anni, insegnante elementare nella vicina Portimão, di sua moglie Cristina, 42, infermiera specializza in cure palliative, e, in qualche modo, dei loro due figli. La decisione di intraprendere la missione in una parrocchia è stata presa insieme, lungo il cammino di preparazione al diaconato, in vista dell’ordinazione arrivata il 16 giugno 2019. «Ne abbiamo parlato alcune volte con il vescovo — racconta Nuno — dicendogli che, se ci fosse stata scarsità di preti, saremmo stati disponibili. Certo, siamo un po’ spaventati ma allo stesso tempo abbiamo la convinzione interiore che dicendo “no” avremmo annullato la grazia ricevuta durante il sacramento». Cristina, dal canto suo, sottolinea la fiducia reciproca tra i gesuiti e la coppia, costruita in un tempo servito «a creare una relazione» e che ora si è tradotta in un impegno. Per i due, cresciuti nella comunità di Mexilhoeira Grande, l’incarico nella parrocchia di Odiáxere è il prosieguo di un cammino, di un servizio alla Chiesa, un nuovo “sì” alla chiamata di Dio. Ma è anche la testimonianza di un valore aggiunto da far conoscere alle nuove generazioni, «sempre più accomodanti e con tante paure». Nella Chiesa, continuano, «ci sono altre strade, una diversità di vocazioni; la vendemmia è grande e per questo non possiamo stare fermi».

Per padre Domingos da Costa, gesuita, parroco a Odiáxere dal 1981 al 1985, questa opzione è importante in modo che «gli stessi cristiani si rendano conto a cosa serve il diacono, finora visto come una sorta di accolito accanto al vescovo o al parroco all’altare». Nella realtà, ricorda monsignor Neto Quintas, l’utilizzo di laici con una formazione adeguata, accreditati al servizio parrocchiale, «non come pastori» ma «come animatori della comunità» sta già avvenendo nelle chiese più giovani prive della presenza fissa di un sacerdote. È un servizio che anima la comunità dal punto di vista pastorale, in particolare annunciando la Parola, dice il vescovo di Faro, ma al diacono si chiede anche di dedicarsi alle attività caritative, di esercitare le funzioni liturgiche, di amministrare il battesimo, di presiedere matrimoni e funerali.

La novità dell’esperimento di Odiáxere è, come detto, l’identificazione con la Compagnia di Gesù. Nel 2015 l’allora provinciale dei gesuiti José Frazão Correia osservava come la Chiesa dovesse «osare esplorare altre strade», esprimendo il desiderio dell’istituto di «provare un’altra via di presenza», aiutando la Chiesa diocesana a intraprendere percorsi che «non si basano semplicemente sulla presenza del parroco». Testimone raccolto dall’attuale provinciale dei gesuiti, padre Miguel Almeida, secondo cui questa scelta «tenta di rispondere alla visione del concilio Vaticano ii, che auspicava una Chiesa più partecipativa, con un ruolo attivo dei laici, visti non come dei semplici destinatari. Cerchiamo di camminare sulla strada di Papa Francesco — conclude — che ci invita a considerare come il tempo sia superiore allo spazio e come sia necessario, per portare avanti un progetto, attendere lo Spirito Santo».

di Giovanni Zavatta