È possibile scrivere letteratura e poesia uscendo dalla letteratura e dalla poesia?

Possibile conservarne ma anche dilatarne lo spazio fino a superarne i confini rendendone la lettura tanto ardua e impegnativa da metterne a rischio la possibilità? È stata questa la situazione della scrittura letterariaantiletteraria, realistica e allegorica, frantumata ma totalizzante, di Giancarlo Majorino, scomparso nel maggio scorso all’età di novantadue anni. Radicalmente milanese e metropolitano come nessun altro, Majorino è ricordato nel numero appena uscito (settembre-dicembre) di “Nuovi Argomenti” con una breve antologia di testi e un denso saggio critico di Laura Di Corcia, che di Majorino è stata allieva e collaboratrice e che avverte subito: «Giancarlo Majorino è forse stato, insieme a Andrea Zanzotto, l’autore della nostra tradizione poetica più fedele all’idea di una sperimentazione continua, intesa come progetto di scrittura in fieri». Lo sperimentalismo è stato una categoria letteraria che a partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso ha caratterizzato una serie di autori, come Pasolini e Volponi, Pagliarani, Zanzotto, Roversi, per i quali scrivere letteratura voleva dire continua ricerca delle forme più adatte a rendere conto di quanto nella realtà quotidiana, sociale e politica, stava allora avvenendo, con la disgregazione e distruzione culturale e fisica del passato, dei rapporti umani, del mondo naturale, della comunicazione e della lingua. Come in tutti gli altri autori citati, anche in Majorino è continua e ossessiva l’esperienza, l’idea, la realtà di un progresso capitalistico come progressiva distruzione di mondi e modi dell’esperienza umana, se non come vera e propria, incombente “fine del mondo”. Nel suo tentativo letterariamente sperimentale di non nascondere la realtà in nessuno dei suoi aspetti mentali e ambientali, Majorino è l’autore che più ha osato e rischiato nel far emergere il lato oscuro, fangoso, magmatico, caotico, non formalizzabile che assedia giorno dopo giorno la nostra vita consapevole e inconsapevole. Assumendo «la vita di ciascuno come vita di tutti» e considerandosi «un singolo di tutti», Majorino è stato uno degli ultimi poeti intellettuali in Italia, quelli per i quali fra creatività, ricerca formale e critica sociale non c’era differenza.

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