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Gorizia e Gorica unite: una cultura Ue di pace

GIANFRANCO MARCELLI / Avvenire

Nel 1985 l’attrice greca Melina Mercouri (‘Topkapi’, ‘Mai di domenica’, ‘Il Giudizio universale’), esiliata dal regime dittatoriale dei colonnelli per le sue idee socialiste e poi divenuta ministro nel suo Paese, lanciò l’idea delle ‘città europee’ della cultura, ridefinite ‘capitali’ all’alba del nuovo millennio. Con la sua proposta intendeva dare all’ideale unitario uno spessore non limitato alla sola integrazione dei mercati. «Cultura, arte e creatività non sono meno importanti di tecnologia, commercio ed economia», spiegò ai suoi colleghi dell’allora Comunità europea di soli 10 membri.

Si aprì in tal modo, designando ovviamente Atene per prima, la serie che nel 2019 ha visto alla ribalta l’italiana Matera con la bulgara Plovdiv e quest’anno, purtroppo funestato dalla pandemia, il tandem croato-irlandese di Fiume e Galway. Pochi giorni prima di Natale, la Ue ha infine scelto per il 2025, quarantennale dell’iniziativa, l’accoppiata italo-slovena Gorizia-Nova Gorica, affiancandola alla tedesca Chemnitz.

L’indicazione della città sulle rive dell’Isonzo, a lungo separata al suo interno da una dolorosa vicenda storica, accresce il significato simbolico delle ‘capitali’, inserendovi l’idea della riconciliazione e del superamento dei conflitti ideologici e nazionalisti. Una decisione da salutare con favore tanto maggiore, dal momento che lo scopo turistico-promozionale – per altro non disprezzabile – da qualche tempo rischiava di prevalere su quello più ‘puro’ delle origini, ovverosia la conoscenza reciproca e la tutela del patrimonio di diversità e di ricchezze culturali all’interno dell’Unione.

La conclusione del tormentato dopoguerra sulla nostra frontiera orientale provocò in effetti, a partire dal 1947, la spaccatura in due parti del centro cittadino di Gorizia, con la creazione di un muro di confine e di posti di blocco, meno famosi e anche meno vistosi, ma non meno opprimenti, di quelli innalzati in seguito a Berlino. Per le sue dimensioni abbastanza ridotte fu definito anche il ‘muretto’ e serviva a separare il versante italiano da quello sloveno del capoluogo. È rimasto in piedi anche dopo gli eventi del 1989 e l’abbattimento definitivo è arrivato solo il 1° maggio 2004, con la cerimonia in Piazza della Transalpina nel giorno in cui Lubiana faceva il suo ingresso nell’Europa dei 25.

Forse non per tutti è facile capire l’esultanza con la quale le due città gemelle hanno accolto la designazione di Bruxelles. La candidatura presentata a suo tempo era figlia di un lungo lavoro di preparazione condotto di comune accordo, nel solco di una tradizione di dialogo che risale alla migliore cultura mitteleuropea e transfrontaliera. Gorizia del resto è stata per secoli luogo di scambio e di contaminazione, oltre che di tolleranza religiosa in particolare verso gli ebrei.

Le sofferenze e le devastazione provocate dalla prima guerra mondiale, l’avvento del fascismo in Italia e le sue feroci politiche di snazionalizzazione, infine l’occupazione nazista sono state la premesse dei successivi sanguinosi conflitti culminati con l’infamia delle foibe titine. Ma già da ben prima che l’’ultimo muro’ d’Europa cadesse, le due popolazioni avevano dato chiari segnali che la sanguinosa storia del Novecento doveva chiudersi una volta per tutte.

Ora Gorizia e Nova Gorica hanno una spinta in più, oltre che le risorse messe a disposizione dalla Ue, per mostrare che la coesistenza su un medesimo territorio di lingue e tradizioni differenti non soltanto è possibile, ma è anche fruttuosa e feconda per tutti. A condizione che non prevalga, come alcuni osservatori più attenti hanno paventato già all’indomani dell’apertura delle frontiere, un nuovo individualismo e un’esasperata rincorsa al business e alla concorrenza.