Crea sito

IL credente, più che irritarsi verso l’avversario, deve cercare di comprenderlo

di: José Ignacio Gonzáles Faus

superstizione

In questa breve riflessione, pubblicata lo scorso 13 novembre, in “Boletín Religión Digital”, il teologo José Ignacio Gonzáles Faus scrive che «la nostra società laica è, in realtà, superstiziosa» e che «il cristiano, più che irritarsi verso l’avversario, deve cercare di comprenderlo».

I media hanno recentemente riportato una frase del romanziere A. Pérez Reverte: «La religione è la maggior forma di inganno inventata dall’uomo».

Le righe che seguono sono il risultato di una conversazione con un amico irritato per queste parole del romanziere: «Se la prende sempre con noi; questa è la sottile cristianofobia (ma non tanto sottile) di cui parlava Pilar Rahola…». Ho cercato di spiegare al mio interlocutore che era più cristiano cercare di capire l’avversario che arrabbiarsi e condannarlo. E, curiosamente, un cristiano ha, per questo, delle ragioni serie che cercherò di esporre.

I primi grandi critici della religione non furono Freud o Marx, ma Paolo di Tarso e Gesù di Nazareth. Del primo, basta leggere i capitoli due e tre della lettera ai romani. E, quanto al secondo, si sa che fu condannato a morte da uomini religiosi che lo accusavano di blasfemia e che cercarono l’aiuto dell’impero affinché la sua morte fosse la più ignominiosa possibile.

Se le cose stanno così, invece di arrabbiarsi subito con chi pensiamo ci colpisca, varrà la pena di chiedersi che parte di ragione può avere. E si vedrà che una buona parte di ragione ce l’ha. La espongo in due capitoli.

Una religione “corrotta”

Uno è la vecchia massima latina che mi sembra sempre più saggia: “non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio)” (corruptio optimi pessima). Nella misura in cui un’autentica “fede che confida nel Trascendente” (chiamiamola ora religione), può essere la più alta qualità umana, ne consegue che la corruzione di quell’atteggiamento può veicolare la più grande calamità umana. Forse per questo (in modo inconscio ma significativo) i peccati della Chiesa vengono maggiormente perseguiti e denunciati rispetto a quelli dei non credenti.

Diamo uno sguardo. Musulmani sono gli straordinari mistici sufi e musulmani sono i terroristi del Daesh. Come è possibile? Semplicemente per la massima latina citata. I secondi rappresentano la corruzione dei primi. Per questo, chiunque si considera persona “religiosa” faccia molta attenzione a questo avvertimento: la religione è qualcosa come il fuoco (tanto necessario e utile per riscaldarsi, mangiare, illuminare, purificare…). Ma non si può giocare con il fuoco.

Omaggio alle vittime dell’attentato di Nizza

Un’altra ragione è data da una parola oggi dimenticata, ma che, nella catechesi della mia infanzia e adolescenza, era fondamentale in tutti i corsi di catechismo che mi hanno impartito sia le madri teresiane sia i padri gesuiti: nulla è stato criticato così tanto e contro nessun’altra cosa ci hanno tanto messi in guardia quanto la superstizione.

Ricordiamo l’esempio elementare della credulità nel tredici e nel martedì come fonti di disgrazia e di malasorte. Una superstizione così radicata che in molti aerei si giunse a evitare la fila 13 e si era incarnata nel detto “il tredici e il martedì non sposarti né imbarcarti”.

Oltre a questo, mettiamo la medaglietta o un’immaginetta nel portafoglio, e ti custodiranno sicuramente da ogni incidente…

La superstizione è una forma degradata di idolatria. E l’idolatria è il peccato che la Bibbia maggiormente fustiga. I poveri infelici terroristi che uccidono gridando Allahu akbar e si aspettano un paradiso di delizie non si rendono conto di essere persone superstiziose che offendono Allah molto più dell’“infedele” che uccidono.

Ebbene, da tempo vivo con l’impressione che la nostra società, sedicente laica, sia in realtà una società superstiziosa. Il mucchio delle cosiddette sette “evangelicali”, che proliferano negli Stati Uniti e si diffondono da lì in Sud America e nel resto del mondo, hanno dosi molto alte di vera superstizione (per esempio, la convinzione che tutto ciò che mi accade è inviato da Dio, se sono ricco è un premio che Dio mi dà, e la sua eretica “teologia della prosperità” individuale… che “lava più bianco” le coscienze). Qui ci sono Trump e Bolsonaro, con la loro diffidenza verso la Chiesa cattolica e il loro esibizionismo religioso, come segni del potere che la superstizione ha oggi raggiunto.

Il fatto è che, in fondo, la superstizione nasce dalla paura: e l’antico detto del poeta latino Lucrezio (timor fecit deos = la paura ha partorito gli dèi) non è privo di una buona parte di verità.

Tenendo presenti questi dati, è accettabile sentire che la religione possa essere una delle maggiori forme di inganno inventate dall’uomo. Ma solo una delle maggiori: perché temo che il mercato che molti economisti teorizzano come “autoregolato” sia una forma di inganno molto più grande. Ricordiamoci anche che le tre parole più falsificate in tutta la storia dell’umanità sono la parola Dio, la parola amore e la parola libertà (e Dio è appunto l’identità piena di amore e libertà).

In una situazione del genere è comprensibile anche l’attuale tendenza a cercare “fonti di spiritualità” al margine delle religioni “ufficiali”, nel senso che l’uomo ha una richiesta o una dimensione spirituale che la società dei consumi non è riuscita a soddisfare e che anzi calpesta.

Questa tendenza attuale è comprensibile, ma temo che non si sia resa conto dei rischi in cui si mette: perché sembra invitare a cercare una spiritualità puramente individuale. Ora, la spiritualità, quando non è comunitaria ma individuale, è una falsa spiritualità (e ancora una volta può avverarsi quel corruptio optimi pessima).

Ma, se quella spiritualità incorpora la dimensione comunitaria, si troverà ad affrontare il problema di ogni comunità: la necessità di un’organizzazione, di regolamenti…, che (come accade nel nostro corpo fisico) incarnano quell’anima che nello stesso tempo soffocano. Penso che stia qui il pericolo ultimo di ogni religione.

E di qui anche la grande responsabilità di tutti noi che oggi ci professiamo (non direi esattamente “religiosi”, ma molto seriamente sì) credenti.

settimananews