Iraq / Culla delle religioni abramitiche Una terra da sempre senza pace

Culla delle religioni abramitiche Una terra da sempre senza pace

Iraq è il nome arabo dell’area geografica racchiusa dai due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate; è il nome moderno di un’antichissima terra, la Mesopotamia, ed è il nome dello Stato nato alla fine della Prima guerra mondiale. Sul piano etnoculturale è una delle are più importanti del mondo, un’autentica fonte e crocevia di culture.

La più antica, quella dei Sumeri, si espresse a partire dal III millennio dando luogo a un ceto numero di città–Stato dall’intensa attività sia agricola (grazie alla ricchezza di acqua: la “rivoluzione agricola” è nata qui) e commerciale. L’arrivo degli Accadicidi lingua semitica, alla fine del III millennio stesso, dette luogo ai due successivi imperi babilonese a sud, assiro a nord: in quel tempo si svilupparono città grandi e ricche, quali Babilonia e Ninive. Ma per le tre grandi religioni monoteiste nate dal ceppo “abramitico”, l’Iraq ha un’importanza del tutto speciale.

L’area al confine tra Iraq, Siria e Giordania era nota come “Caldea”, dal nome di un’etnia di lingua aramaica ivi insediata. Là, in un’area in parte aquitrinosa in parte desertica, sino dal 4000 a.C. sorgeva la città sumerica di Ur, a capo di un grande impero che durò duemila anni. E da Ur pare sia uscito un misterioso capotribù di pastori, che venne denominato Abraham (in ebraico, letteralmente, “Padre delle moltitudini”). Secondo al tradizione ebraica era nato nel 1812 a.C.; La sua migrazione verso ovest, attraverso il deserto siriaco–giordano, lo condusse verso la terra “di Canaan”, compresa tra il Giordano e il Mediterraneo. Tale migrazione, che portò a un insediamento di genti semitiche nella zona, si produsse nella prima metà circa del XVIII secolo a.C. e Abramo, sulla testimonianza della Bibbia, sta con i suoi due figli Isacco e Ismaele alla rispettiva origine dei popoli ebraico e arabo: in realtà all’inizio una sola gente, gli Habiru, gruppo nomade dedito alla pastorizia e alla guerra.

Ma il popolo d’Israele, nato da lunghe vicissitudini che comprendono la sua cattività in Egitto e il suo ritorno nella “Terra Promessa” cananea, conobbe un periodo di fioritura caratterizzato da una monarchia al cui ricca cultura era influenzata dagli imperi assiro ed egizio. Nel VI sec.a.C., com’è noto, gli ebrei furono deportati in babilonia e vi tornarono solo grazie alla generosità del gran re persiano Ciro. Mentre Israele veniva sommersa e sottomesssa, la Mesopotamia fu a lungo contesa prima fra Alessandro Magno e Persiani achemenidi, quindi fra Romani e impero Parti, infine tra Bizantini e Persiani sasanide; ma nel VII secolo anche la Persia venne fagocitata dall’onda musulmana, e la Mesopotamia – allora abitata da genti prevalentemente persiane – divenne importantissima grazie alla fortuna di una nuova città, Baghdad (“Città sul Tigri”) che divenne uno straordinario centro commerciale e culturale sotto i califfi. A Baghdad prosperavano anche numerose comunità ebraiche nonché cristiane di confessione prevalentemente nestoriana (attualmente detta “assira”).

Lo splendore dell’Iraq arabo–persiano si spense nella seconda metà del XIII secolo, quando i mongoli lo conquistarono. Nel corso del XV, la Persia ritrovò una sua unità sotto gli sciiti della dinastia Safawide, che assunsero il nome di shah (ispirato al latino Caesar). A partire però dai primi del XVI secolo l’Iraq divenne terra di frontiera aspramente contesa da parte di un nuovo impero: quello ottomano. Fra XVI e XVII secolo gliiottomani conquistarono l’intero Iraq: ma si trovarono di fronte a una popolazione estremamente composita. A nord si erano insediati gli appartenenti a un’etnia di lingua iranica, i curdi sunniti; al centro c’erano arabi, sunniti anch’essi; al sud altri arabi ma mischiati con genti d’origine persiana e sciiti. Era impossibile governarli secondo una legislazione uniforme: l’impero ottomano divise quindi la regione in tre vilayat (“governatorati”) che rispettavano le diversità.

Ma nel 1918 la situazione cambiò. L’impero ottomano aveva perduto al guerra; secondo la dottrina Wilson, gli iracheni avevano diritto come tutti i popoli all’indipendenza e all’autogoverno: ma erano privi di tradizioni unitarie. Le autorità britanniche che avevano egemonizzato organizzarono una sommaria divisione: l’Iraq toccò al principe arabo Feisal della dinastia ashemita della Mecca, alla quale era stata promessa la corona unitaria di tutto il mondo arabo (una promessa mai mantenuta). Uno dei principali responsabili di questa maldestra e ingiusta situazione fu Winston Churchill, al quale interessavano soprattutto la subordinazione di re Feisal a Sua maestà britannica e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Il Paese recuperò l’indipendenza rovesciando la monarchia nel 1958; ma da allora passò da una dittatura militare all’altra, prima di venir fatto oggetto nel 2003 dell’aggressione statunitense che rovesciò l’ultimo dittatore Saddam Hussein. Da allora si è trascinata una scomoda, ambigua situazione di semiprotettorato statunitense, funestata nel secondo decennio del nostro secolo dalla guerriglia terroristica del Daesh. Attualmente l’Iraq (con popolazione al 60% sciita, al 40% sunnita) attraversa una fase di rinnovata incertezza politica, stretta fra blocco iraniano–siriano da una parte, quello statunitense–saudita– israeliano dall’altra, mentre i curdi continuano a lavorare per la loro indipendenza. Grandi speranze si ripongono nella visita del Papa, anche perché l’importante Chiesa cristiana caldea, di lingua liturgica aramaica, ha aderito disciplinarmente alla Chiesa di Roma.

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