Israele: lockdown e religione

di: Sandra Manzella
settimananews

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Sandra Manzella è assidua frequentatrice del medio-Oriente e della terra d’Israele portando, dai suoi viaggi, testi di approfondimento di carattere storico, religioso e interreligioso, sociale. Autrice del volume Gerusalemme. Viaggio al centro del mondo (Edizioni Unicopli 2018), offre qui ai lettori di SettimanaNews le sue recenti osservazioni sulle tensioni nella società israeliana nel tempo della pandemia. Con EDB ha recentemente pubblicato L’Oasi delle Rose. Il lebbrosario del Cairo.

Israele ha promulgato, con successo, le prime restrizioni sul contenimento del Covid-19 a fine febbraio 2020, poco prima del lockdown italiano. Qualche mese dopo, un’ondata estiva di contagi ha sferzato il Paese.

Il tracciamento sulla diffusione del virus ha mostrato una realtà cruda; il problema si è posto principalmente in due contesti opposti per politica, religione e cultura: da una parte i quartieri di Gerusalemme Est, dall’altra le roccaforti ultraortodosse ebraiche di Gerusalemme Ovest, aree accumunate solamente da una diffusa povertà e da un’alta densità di popolazione.

Restrizioni e devozione
Il conflitto tra mondo laico e religioso, l’insofferenza verso le restrizioni, la mancanza oggettiva di dispositivi di protezione e un limitato accesso diretto ai mezzi di informazione hanno creato una miscela esplosiva, non solo sanitaria, ma anche politica e sociale: le leggi statali sono state considerate indebite ingerenze nella vita religiosa degli osservanti ebrei (detti anche charedim[1]) e, perciò, non sono state osservate.

Per tutta l’estate si sono susseguiti scontri tra ortodossi e polizia ai posti di blocco dei principali accessi delle cittadine e dei quartieri ‘rossi’ del contagio: si è scaduti nella violenza, con i devoti pronti a lanciare pietre, spazzatura, uova e verdura contro gli agenti. Rinforzi sono arrivati da ambo le parti, col risultato di ingenerare assembramenti sempre più numerosi.

Le rivolte nelle enclave religiose contro le forze militari sono avvenute principalmente a Gerusalemme, mentre a Tel Aviv si si sono incrociate altre proteste laiche e motivate da ragioni economiche, ma entrambe contro il governo.

Il virus e la santità dei giorni
Una seconda, devastante recrudescenza del contagio è piombata su Israele a fine estate. Una forte preoccupazione si è concentrata nei ‘Giorni Santi’, in cui il calendario colloca alcune tra le feste più rilevanti della religione ebraica: Rosh Hashanah (il Capodanno), Yom Kippur (il Giorno dell’Espiazione), Sukkot (la festa delle capanne) e Simchat Torah (la festa della Torah). Si trattava di conciliare le celebrazioni con le restrizioni dovute alla pandemia: evidentemente un binomio di opposti per l’ebraismo ultraortodosso, un ossimoro impossibile, due rette parallele senza possibilità di incontro.

Nel momento in cui il virus stava correndo velocemente e il numero di infezioni risultava in continua ascesa, con gli ospedali in situazione di forte criticità, il parlamento era coinvolto in infinite discussioni, come probabilmente in nessun altro paese al mondo, dello stesso genere e con la stessa intensità.

I decreti hanno imposto il coprifuoco in quaranta cittadine, elencando minuziosamente la casistica per ogni tipo di attività, ordinando o limitando i numeri di osservanti in considerazione dell’ampiezza degli spazi di culto con l’obiettivo di consentire il rispetto del minyan[2], ossia del numero minimo di uomini necessario affinché le liturgie possano essere considerate valide.

Ma, nelle piccole sinagoghe ove il rispetto del distanziamento era divenuto impossibile, i decreti statali hanno richiesto di individuare luoghi all’aperto come piazze e parcheggi. Multe, posti di blocco e presenza di militari nelle strade non sono bastati come deterrente, perché le disposizioni sono state completamente ignorate dai religiosi osservanti.

A Gerusalemme Ovest, nelle vie di Mea Shearim, area ultraortodossa, la vita ha continuato a svolgersi come sempre: per la via si incontravano mamme con passeggini e uomini con i tradizionali shtreimel di visone; i negozi di ogni genere hanno continuato a vendere le loro mercanzie. A fine settembre, le aree ‘rosse’ del contagio sono divenute in Israele settanta in pochi giorni.

Preghiera collettiva e distanziamento
Il problema è esploso in tutta la sua evidenza nella società israeliana: come è possibile gestire il rapporto tra preghiera collettiva e distanziamento sociale in una comunità che fa del valore e dell’osservanza dei riti il dato proprio e costitutivo della comunità stessa? Il provvedimento di chiusura delle sinagoghe – benché da tempo fossero già sospese le attività di culto in quasi tutte le chiese cristiane e nelle moschee – avrebbe significato, secondo gli ebrei più ortodossi, una dichiarazione di guerra a Dio e alla Torah.

Nella ricorrenza di Yom Kippur, i media sono stati inondati da foto di ebrei danzanti e senza mascherine. Le celebrazioni nelle sinagoghe si sono svolte in ogni caso, con interruzioni da parte della polizia, a volte consistenti in semplici dispiegamenti per disperdere le folle, a volte con modalità ben più decise. Le istituzioni educative, scuole religiose e sinagoghe sono rimaste aperte, nonostante i rischi e nonostante i decreti governativi.

Per i religiosi, abbandonare i giovani alla solitudine, senza una seria guida morale e senza l’impegno dello studio costante, avrebbe significato infatti lasciarli allo sbando della delinquenza e della sregolatezza. L’affermazione ‘la Torah protegge e salva’ è stata ripetuta dai fedeli mentre la Knesset disponeva progressivamente la chiusura di tutte le scuole.

Disinformazione, rigetto di evidenze scientifiche, isolamento culturale hanno determinato in molti la convinzione di essere immuni dal contagio. Per questi religiosi era necessario dimostrare a Dio una totale fiducia, senza bisogno di ricorrere a medici e a medicine. In fin dei conti – dicevano – i patriarchi non ebbero nulla di tutto questo, eppure attraversarono i deserti, vivendo a lungo in santità e giustizia: il riferimento è andato inevitabilmente alle genealogie di cui trattano i capitoli del libro della Genesi.

Alcuni rabbini si sono scostati da una linea così intransigente e hanno decretato l’osservanza delle restrizioni in nome del principio del ‘Piqqùach Nèfesh’, cioè del rispetto del valore della vita, ricavato sia dalla Torah che, conseguentemente, dal Talmud, ma con molte discussioni al riguardo[3].

Scollamento dei mondi
La mancanza di collaborazione tra mondo religioso ultraortodosso e mondo laico, a proposito del virus, è un problema che resterà nella storia di Israele. Mai prima d’ora si era assistito ad uno scostamento così forte. L’isolamento delle comunità ultraortodosse, nei secoli, è stato un fattore essenziale per preservare tradizioni e stili di vita unici che, pur nelle loro mille varianti, risultano quasi impercepibili agli occhi dei laici.

Ma l’altra faccia della medaglia della tradizione sta nella totale mancanza di considerazione per ciò che realmente accade ed in una incomprensione profonda del mondo attuale: è uno scotto molto alto da pagare per l’intera società.

Col passare del tempo mi pare di assistere alla lenta acquisizione di una maggior consapevolezza: gran parte delle yeshivot e delle sinagoghe si sono trovate a seguire le linee governative. Purtroppo, le eccezioni hanno scatenato i media. Foto e video di charedim, danzanti e riuniti in gruppi numerosi, hanno suscitato ancora sentimenti dallo sconcerto alla rabbia.

La componente laica della società israeliana è perplessa: le pratiche della vita religiosa sono più importanti della salute di anziani fragili, padri e madri che contribuirono alla fondazione dello stato di Israele?

[1] Chared – dalla radice trilittera ḥrd, essere preso da timore – è colui che è scrupoloso, coscienzioso, timorato (di Dio).
[2] dalla radice trilittera mnh: contare, enumerare.
[3] Piqqùach Nèfesh: letteralmente salvataggio di vita, dal passo della Torah da Levitico (Wayyiqrà) 18,5: “Osserverete le mie leggi e i miei statuti che ciascuno farà: l’uomo vivrà attraverso di essi”. L’osservanza della Torah è per la vita umana: non può darsi osservanza che determini la morte. Perciò, nel dubbio che si impone tra la scrupolosa osservanza e la conservazione della vita, l’ebreo è chiamato a scegliere sempre la vita. Se in alcuni casi – ad esempio di incombente pericolo di morte – il consenso circa l’applicazione del principio è ampio, in altri casi – quali il rischio potenziale di contagiare e di contagiarsi – il confronto è assai serrato.

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