Memoria delle tragedie, impegno fraterno, corridoi umanitari 3 OTTOBRE A LAMPEDUSA: L’ECUMENISMO ACCOGLIENTE

«Non c’è futuro senza memoria» è il tema della celebrazione ecumenica che si svolge oggi a Lampedusa, a ricordo delle 368 vittime di quello che resta uno dei più terribili drammi nella storia delle migrazioni mediterranee. Ancora una volta cattolici e protestanti – presenti l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano e il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia Luca M. Negro – leggeranno e commenteranno dei testi biblici, rifletteranno e pregheranno insieme. Dal 2016, per voto del Parlamento, il 3 ottobre e stato istituito come Giornata della memoria e dell’accoglienza. Ma a Lampedusa l’ecumenismo dell’accoglienza non aspetta le ricorrenze istituzionali. È una prassi quotidiana che si rafforza ogni giorno nella presenza comune al molo Favoloro dove, anche ieri, sono arrivati circa 150 persone migranti. È uno spazio stretto e lungo, non più di 5 metri per 100, una banchina nella quale attraccano barche e barchini carichi di profughi e di migrati: 26mila dall’inizio dell’anno, 12mila nei soli mesi di luglio e agosto. I cattolici della parrocchia di San Gerlando e i protestanti del programma ‘Mediterranean Hope’ della Fcei, insieme ai volontari del Forum Lampedusa Solidale accorrono al molo in occasione degli sbarchi, portano generi di prima necessità, sostengono le persone più provate, offrono la loro umanità a chi arriva spaesato e incerto sul proprio futuro. A volte arrivano dei cadaveri, spesso dei bambini, talvolta anche degli animali come la pecora ‘sbarcata’ tra il 1 e il 2 ottobre. Tragedie e ironie di un processo senza sosta che i turisti massicciamente presenti sull’isola non intercettano in alcun modo. Oltre 70mila villeggianti nella sola estate di quest’anno, a conferma che Lampedusa è un’isola scissa e schizofrenica: gli immigrati da una parte, i turisti dall’altra, senza che gli uni vedano gli altri. Tanto più nella stagione del Covid quando, dopo lo sbarco, gli immigrati vengono trasferiti sulle navi-quarantena.

Accoglienza e memoria sono i due capitoli dell’azione ecumenica a Lampedusa che però, proprio a partire dalla testimonianza su questo scoglio del Mediterraneo, ha generato un nuovo progetto: i ‘corridoi umanitari’ che per la prima volta furono avviato del 2015, sulla base di un protocollo sottoscritto dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese evangeliche, dalle Chiese valdesi e metodiste e dai Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri. L’idea dei Corridoi è nata a Lampedusa o, meglio, qui ha preso forma e si è definita. Di fronte alla strage del 3 ottobre, infatti, si poneva una domanda morale prima ancora che politica: se le stragi del mare non sono degli ‘incidenti’ ma il frutto delle cattive leggi degli uomini, come aprire canali legali e sicuri alternativi a quelli criminali del traffico umano? I Corridoi, poi ampliati grazie al contributo della Cei attraverso la Caritas, sono stati una risposta molto concreta a questa domanda, e negli anni hanno consentito a migliaia di profughi di raggiungere l’Italia in sicurezza e legalità. Sulla base di un accordo già firmato si estenderanno anche alla Libia e vi sono concrete speranze che possano avviarsi anche da Paesi confinanti con l’Afghanistan.

Ecco perché il 3 ottobre non è solo un giorno ‘della memoria’, ma anche l’occasione per ribadire l’urgenza di ‘vie complementari’ che tutelino il diritto d’asilo. Di nuovo, è un messaggio che parte da Lampedusa ma che deve arrivare a Bruxelles, in quelle sedi istituzionali che non capiscono che il destino di questa piccola isola e di quello che rappresenta non è altro dall’Europa e dal suo destino. Vi sono dei luoghi che raccontano della involontaria missione che Lampedusa si è trovata a svolgere: uno è il molo Favaloro, dove sbarcano i migranti. L’altro è il cimitero dell’isola dove, sempre più numerose, si scorgono delle tombe senza nome ma soltanto con una data, quella di un ‘incidente’ del mare. Ricostruire la memoria di queste tragedie ricorrenti è un dovere morale per il nostro futuro.

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