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Forum di Jesus sul convegno di Verona: emerge qualche idea nuova

- Nonostante una presenza vivace e competente delle donne (pensiamo a quante donne hanno studiato nelle facoltà teologiche e negli istituti di scienze religiose) non c’è a livello ecclesiale un reale riconoscimento di tale apporto né si dà una nuova modalità di relazione uomo-donna».

- Un secondo problema proviene da una "pastorale troppo organizzata". La scelta istituzionale-sociale ha portato a una pastorale che ha strutturato tutti gli ambiti, con attenzione, con capillarità, con energie dedicate a "ordinare" tutto l’insieme della vita ecclesiale. Ma questo produce il rischio di autoreferenzialità.

Chia di Soriano nel Cimino (VT) 09/10/2006 05.16 © sacerdoti lavoratori sposati - Redazione


Il mensile dei Paolini Jesus nel numero di ottobre 2006 ha dedicato un dossier al convegno di Verona.

Per Formigoni «Assistiamo a una sorta di paradosso. Da una parte c’è la Chiesa visibile, istituzionale, gerarchica, che ha una forte strategia, una sua coerenza, una sua insistita presenza nella comunicazione pubblica. E, dall’altra, abbiamo una comunità ecclesiale complessivamente molto sfrangiata, molto varia e diversificata. La Chiesa istituzione, certo, si sente minoranza tra minoranze, ma è la minoranza forse più cospicua in questo Paese. E, in questi anni, ha messo in atto una strategia molto diversa dalla "scelta religiosa" di memoria post-conciliare. Una strategia che io definirei per analogia "scelta istituzionale-sociale", che intende orientare la società, "unificare antropologicamente gli italiani", soprattutto tramite l’influenza della propria realtà istituzionale solida, visibile, presente nel sistema della comunicazione, con qualche aspetto addirittura massiccio di coesione. Al contrario, nel corpo ecclesiale complessivo c’è una diversità spontanea, non regolata, in cui convivono sia esperienze di continuazione del percorso di recezione del Concilio, sia isole serenamente preconciliari, che trascinano comportamenti, mentalità, regole pastorali del passato.

Questo porta con sé, naturalmente, alcuni problemi. Il primo è quello di un cristianesimo che tende sempre più a essere dell’eccezione, della straordinarietà, dell’esperienza spirituale forte, delle grandi convocazioni. Certo, queste esperienze "festive" sono spesso molto positive, ma poi lasciano fuori molta parte del quotidiano, che resta impermeabile alla fede.

Un secondo problema proviene da una "pastorale troppo organizzata". La scelta istituzionale-sociale ha portato a una pastorale che ha strutturato tutti gli ambiti, con attenzione, con capillarità, con energie dedicate a "ordinare" tutto l’insieme della vita ecclesiale. Ma questo produce il rischio di autoreferenzialità. Mentre il numero dei preti diminuisce, e magari si inventano nuovi modelli di parrocchia per fare fronte a tale calo, gli uffici di Curia aumentano o, quantomeno, non diminuiscono. Si continuano a pubblicare moltissimi documenti; ogni piano pastorale è un’enciclica, ogni enciclica è una "summa teologica". La produzione di documenti è talmente alta, che i cristiani comuni, ma anche i parroci, non hanno neppure il tempo di leggerli. Tale "ipertrofia" della pastorale organizzata, paradossalmente, è una delle cause di quella varietà poco governata e poco controllata di cui accennavo prima. Ho l’impressione che anche la preparazione di Verona abbia sofferto di questo fatto: nelle diocesi, gli unici realmente coinvolti sono stati i delegati, ma per il resto, a livello capillare, è arrivato ben poco.

Collegato a questo, il terzo problema: la mancata realizzazione della promessa di Palermo, quella di creare dei "luoghi di discernimento". Non si è trovato quel famoso assestamento tra la banale espressione "la Chiesa non è una democrazia" e il fatto di dover coinvolgere le persone in un percorso di continuo ascolto, consiglio e capacità di corresponsabilità diffusa»".

La teologa Serena Noceti ha sostenuto: «Condivido quest’impostazione, che leggerei anche come "frammentazione" o "dispersione" dei volti di Chiesa. C’è un pluralismo che non riesce a trovare l’organicità di un percorso comune. Credo che questo dipenda da diversi fattori. Il primo è la scarsa consapevolezza dei modelli ecclesiali ed ecclesiologici che le diverse realtà – diocesi, parrocchie, aggregazioni laicali – portano avanti. Siamo sempre a metà del guado tra la scelta di una Chiesa di popolo e una Chiesa di elezione. Mi sembra che la Chiesa italiana nel suo insieme, alla fine si presenti troppo silenziosa, in questo momento, prima di Verona proprio su questo tema basilare. C’è l’impressione di un sommerso ecclesiale molto vivace, che ha delle attese forti e non sa come fare a comunicarle. Tanto nelle diocesi come anche a livello di associazioni teologiche, si ha la percezione di non essere stati coinvolti fino in fondo nel processo preparatorio di Verona. E questo per due motivi. Il primo è che i processi comunicativi intraecclesiali sono tuttora, a distanza di 40 anni dalla conclusione del Concilio, sostanzialmente unidirezionali: il documento prodotto dal centro deve essere accolto per essere applicato. Mancano luoghi di discernimento, non c’è una struttura sinodale reale.

L’altro motivo è la percezione "debole" del Vaticano II che si avverte a molti livelli e che è dovuta anche alla compresenza di più ecclesiologie negli stessi documenti conciliari. Penso ad esempio alle due diverse visioni del laicato in Lumen gentium, nei capitoli II e IV.

Così pure risulta particolarmente debole la teologia della Chiesa locale e limitata la riflessione sulle implicazioni di tale visione per la vita quotidiana e la prassi delle Chiese locali. Ho l’impressione che le Chiese locali non siano messe in condizione di elaborare il loro specifico apporto alla riflessione di fede e di offrire tale peculiare contributo alle altre Chiese locali. Ciò comporta che i processi sinodali interni non hanno poi possibilità di essere articolati in processi complessi. Eppure esiste un’ecclesiologia della Chiesa locale e ci sarebbe la possibilità, quindi, a livello di Chiesa particolare, di trovare forme e processi partecipativi nuovi. Inoltre c’è un appiattimento della sinodalità di Chiesa sui processi di rappresentanza dei laici. Si considerano rappresentative di fatto solo le aggregazioni. Ma se si riduce tutto alla consulta delle aggregazioni laicali, si dice di fatto che il percorso della vita adulta dev’essere correlato a una spiritualità, a un carisma particolare – quello di un movimento o di un’associazione – e si disconosce l’apporto del cristiano comune. Sono altrettanti elementi che chiedono di discutere sulla visione ecclesiologica a cui si fa riferimento e di ricercarne una comune che animi la vita della Chiesa locale.

Il tutto in stretto rapporto con il dibattito "Chiesa-mondo", che in Italia è tornato via via a emergere. Segnalerei in particolare le diverse interpretazioni date dei primi quattro capitoli di Gaudium et spes; ho l’impressione che si voglia oggi marginalizzare la linea teologica che si rifà a Karl Rahner, alla sua visione antropologica, cristologica, ecclesiologica.

L’altro limite di carattere pastorale che rilevo è il fatto che – a quarant’anni dal documento base sul rinnovamento della catechesi – la catechesi non è ancora degli adulti, per gli adulti e adulta. La formazione di coscienze autonome, libere e consapevoli è trascurata.

A questo riguardo vorrei segnalare due rischi già emergenti nel dopo Loreto, ma soprattutto nel dopo Palermo: giocare sulla massa e sull’emozione. Mi sembra che si sia investito sugli eventi e non sulla strutturazione del passaggio dall’evento al processo quotidiano di formazione e di maturazione di consapevolezza. Si scommette sulla sacramentalizzazione e non sulla formazione della coscienza del credente adulto.

Infine c’è il nodo delle donne. I ministeri "di fatto" nella Chiesa cattolica sono appannaggio in massima parte delle donne. I dati sui catechisti, per esempio, dicono che su 300 mila, circa 270 mila sono donne, anche se solo 4 uffici catechistici sono diretti da donne. Nonostante questa presenza vivace e competente delle donne (pensiamo a quante donne hanno studiato nelle facoltà teologiche e negli istituti di scienze religiose) non c’è a livello ecclesiale un reale riconoscimento di tale apporto né si dà una nuova modalità di relazione uomo-donna».

Il padre dehoniano Lorenzo Prezzi, direttore della rivista quindicinale Il Regno, durante un intervento alla tavola rotonda organizzata da Jesus ha detto: «Aggiungo due elementi: il primo è sulla conoscenza della nostra Chiesa. Che cos’è oggi la Chiesa italiana? Sappiamo, meglio di dieci anni fa, chi sono i preti italiani. Conosciamo, relativamente, alcune espressioni associative tradizionali. Conosciamo ancora molto poco le nuove associazioni. E conosciamo sempre meno tutto il resto. Siamo stati abituati a percepire il cosiddetto "scisma sommerso", cioè la scarsa ricezione o la scarsa attenzione alle regole di comportamento morale di molti laici.

Credo che ci sia un altro scisma, non percepito, ed è la questione di quale gente riempie le nostre Chiese la domenica: i loro percorsi, la loro professionalità, le loro attese, la loro formazione, il modo con cui organizzano la vita familiare e mille altre cose. Il paradosso potrebbe essere che le rappresentanze ecclesiali a Verona non dicono nulla di questa realtà. Perché sono rappresentanze scremate dalle diocesi e dalle forme associative vecchie e nuove, interne in ogni caso ai praticanti conosciuti. 

Legato a questo nodo, c’è quello dell’informazione religiosa. Chi racconta la Chiesa e la realtà religiosa? Da Palermo in poi i pilastri tradizionali che costituivano la "Buona stampa", in particolare quelli delle congregazioni religiose, sono divenuti sempre più marginali. Al loro posto si è venuta affermando un’informazione di tipo istituzionale, con tutto l’apparato che sta attorno alla Conferenza episcopale, direttamente o indirettamente: radio, tv, giornali, settimanali diocesani. Questo tipo di spostamento, probabilmente inevitabile, ha rafforzato lo sfasamento informativo. Inoltre, ha preso piede l’informazione "identitaria", che somma il vecchio moto anticonciliare con i nuovi moti "apologetici". Questa informazione ha oggi una visibilità e una forza sorprendenti. È il caso di Radio Maria, per esempio.

Tutto questo ha effetti significativi: ad esempio, se oggi si parla di "segni dei tempi", se ne parla sempre e sistematicamente in forma problematica o negativa. Ci siamo dimenticati che solo 40 anni fa i "segni dei tempi" erano tutti declinati in forma positiva, come elementi da valorizzare».

 

 09/10/2006 05.16 © sacerdoti lavoratori sposati

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