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Il Percorso della speranza: interpretazione creativa del vaticano II. Alcune tesi di don Franco Giulio Brambilla prima di Verona 2006 (fonte: aggiornamentisociali.it)

(alcuni cenni biografici del teologo)

Chia di Soriano nel Cimino (VT) 11/10/2006 04.39 © sacerdoti lavoratori sposati - Redazione

La Chiesa italiana in cammino verso Verona

Franco Giulio Brambilla
Professore di Teologia sistematica nella Facoltà
Teologica dell'Italia Settentrionale (sede di Milano);
membro del Comitato preparatorio del
Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona

 
«Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo!»: questo è il tema del Convegno ecclesiale che si terrà a Verona, il prossimo 16-20 ottobre 2006. È il quarto Convegno nazionale della Chiesa italiana, dopo quelli di Roma (1976), Loreto (1985) e Palermo (1995). I precedenti Convegni sono stati tre tappe importanti della ricezione del messaggio di rinnovamento venuto dal Concilio. In questa introduzione al Convegno di Verona cercherò di percorrere l'ardito cammino che, passando per luoghi e momenti significativi della vita ecclesiale italiana, ha dato un'interpretazione creativa della ricezione del Vaticano II, così come l'ha delineata Benedetto XVI in un recente discorso, forse passato inosservato3. Di qui le due tappe della mia relazione: 1) Nella scia luminosa del Concilio; 2) Verso Verona: testimoni sulla via della speranza. Essa arrischia un percorso interpretativo, che forse può farci sognare una direzione (possibile) per il nostro cammino.

1. Nella scia luminosa del Concilio
Se osserviamo il filo rosso che unisce i tre Convegni, già celebrati, con il prossimo di Verona, ritroviamo un tema ricorrente: il rapporto tra Vangelo e libertà degli uomini. Esso è stato svolto seguendo la triade cristiana di fede, carità e speranza. Potremmo ricostruirne così il cammino.
   a) Le tappe di un cammino di ricerca
I primi due Convegni hanno inteso mettere in relazione l'evangelizzazione con la liberazione integrale dell'uomo (Roma) e con il messaggio di riconciliazione che il Vangelo porta con sé per la vita sociale tra gli umani (Loreto). Tutto ciò corrispondeva allo slancio della Chiesa italiana di quegli anni che, sul versante pastorale, intendeva mettere a fuoco il rapporto tra evangelizzazione e sacramenti. La Chiesa voleva mostrare anche il lato pubblico di questa riconosciuta centralità dell'evangelizzazione. Provo ad approfondire questi primi due passi.
Nel Convegno di Roma, anzitutto, ciò è avvenuto in rapporto alla «promozione umana» (nome italiano della più ampia tematica della «liberazione dell'uomo»), che aveva trovato nel Sinodo dei Vescovi del 1974 la sua espressione più travagliata, nell'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi del 1975 il suo momento più alto, nel Convegno ecclesiale del 1976 a Roma la sua edizione italiana. Nel Convegno di Loreto, in secondo luogo, si puntava sulla forza di trasformazione del Vangelo per la riconciliazione nella comunità degli uomini. Si voleva così rendere ragione della novità del messaggio di Giovanni Paolo II con la sua enciclica Redemptor hominis, cioè dire il senso di Cristo per la vita degli uomini. In sintesi, il rapporto tra il Vangelo e la fede, la sua specifica forza di irradiazione sulla vita degli uomini, è stato il fuoco dei primi due decenni della Chiesa italiana. Il terzo Convegno ecclesiale ha concentrato la sua attenzione sul Vangelo della carità. La carità-servizio con cui la Chiesa italiana ha dato e dà una luminosa testimonianza di presenza nella società non è che il risvolto sulla vita degli uomini della carità-virtù. Quest'ultima è la dimensione specifica cristiana, con la quale la Chiesa e il credente accoglie la comunione da Dio e la realizza nel segno della fraternità evangelica. Perché la comunità credente è una Chiesa dalla carità, essa può e deve essere una Chiesa della carità!
In una parola i tre Convegni già celebrati sembrano fare da contrappunto al programma pastorale della Chiesa italiana su evangelizzazione, fede e carità. Non mancava all'appello che il tema della «speranza». Esso sarà al centro dell'interesse del Convegno di Verona del 2006.
   b) Molte facce di un unico rapporto
Nella Chiesa italiana di questo inizio millennio si è, dunque, maturata una più chiara coscienza evangelizzatrice. Tale coscienza significa la presa d'atto della distanza della fede cristiana, con i suoi linguaggi e le sue istituzioni, dalle forme della vita moderna. Evangelizzare non significa solo «aggiornare» (la parola chiave del Concilio) il Vangelo alla vita attuale, quasi cambiando il rivestimento antico per sostituirlo con uno nuovo, ma soprattutto propone il compito di ritrovare il senso del Vangelo come lievito delle forme della vita umana. Se la parola della fede non può essere lievito senza la pasta del mondo attuale, nondimeno essa sa di portare una verità salutare che viene dall'alto per dire anche oggi la speranza del Vangelo. Non è perciò senza fondamento trovare sullo sfondo della diversità dei temi finora trattati nei Convegni ecclesiali una questione più radicale: quella del rapporto tra coscienza cristiana e forma moderna e postmoderna della vita.
È avvenuto così che la pastorale d'inizio millennio ha acquisito la coscienza di una svolta missionaria, che si è espressa nella Chiesa italiana mediante il testo fondativo di questo decennio: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia4. Questa svolta si esprime in tre scelte per così dire programmatiche: 1) il primato dell'evangelizzazione, 2) la figura comunitaria della Chiesa, 3) la conversione pastorale. L'impressione della distanza della coscienza cristiana della vita moderna e, insieme, la consapevolezza che il Vangelo ha ancora un messaggio originale da dire nell'ora attuale, si esprimono adesso, forse con maggiore lucidità, nelle tre scelte indicate. Sono queste tre scelte che stanno alla base del cammino sin qui fatto.
   c) Primato dell'evangelizzazione
«Primato dell'evangelizzazione» significa, anzitutto, ritornare alle sorgenti dell'evangelo, superando quel «cristianesimo dello scenario» che ha contrassegnato il panorama del cattolicesimo italiano. Primato dell'evangelizzazione significa riconoscere le radici e le ragioni della propria fede, la memoria della propria origine e i luoghi che la rendono presente (la parola, il sacramento e la comunità credente). Il primato dell'evangelizzazione significa, perciò, la percezione dello scarto tra forme attuali della fede e della Chiesa e il loro momento costitutivo rappresentato dal Vangelo. E comporta, dunque, di abitare questo scarto come una promessa, per mostrare come la fede si riceve sempre dal Vangelo attraverso la parola e il sacramento, costituendosi come comunione credente nella carità. Il programma di «evangelizzazione e sacramenti» e di «testimonianza della carità» dei decenni precedenti sembra aver avuto questo significato. In ciò consiste il primato dell'evangelizzazione: la figura e l'identità cristiana non hanno la forma di un possesso pacifico, ma vanno continuamente «ricevute» in dono e devono essere sempre di nuovo «ritradotte» nelle forme della vita odierna. Di qui le due altre indicazioni programmatiche.
   d) La figura testimoniale della Chiesa
La figura testimoniale della Chiesa è apparsa il luogo stesso in cui il primato dell'evangelo si dice e si trasmette. L'ecclesiologia di comunione non è solo uno stile di vita, ma dice il fatto che l'evangelo non può essere accolto che in una comunità credente. La Chiesa-comunità c'è per dire l'evangelo. La «forma Chiesa» non è che lo spazio creato dall'accoglienza del Vangelo. L'accoglienza comunitaria del Vangelo introduce, nel modo di essere Chiesa, un'intensità missionaria, estroversa, eccentrica, che la fa sporgere sul mondo della vita, perché la comunità cristiana si sa continuamente generata dalla parola-gesto di Gesù. Il luogo ecclesiale della pastorale è così doppiamente relativo al Vangelo e alla libertà degli uomini «in situazione». Questa è la nuova figura della Chiesa, della sua identità e delle sue istituzioni, soprattutto della Chiesa locale e della parrocchia.
   e) La conversione pastorale
La terza indicazione programmatica è la «conversione pastorale». Essa indica il cambiamento di rotta della Chiesa italiana, cioè lo strumento teologico e culturale con cui nella Chiesa e con uno stile di comunione si elaborano nuovi linguaggi, nuovi strumenti e nuove decisioni per dire l'evangelo nel mondo che cambia. Questa espressione che circola in modo ormai consensuale sulla bocca di vescovi, sacerdoti, teologi e laici non deve essere però usurata. «Conversione pastorale» significa a un tempo un'operazione spirituale e culturale. E per questo diventa un'operazione pastorale: mettere in contatto l'evangelo con la vita degli uomini e delle donne di oggi, sia nel contesto sociale che culturale. Occorre imparare i linguaggi del proprio tempo, immergersi in essi, perché quei linguaggi siano fatti quasi esplodere dal di dentro per dire il Vangelo di Gesù! Questa non può essere che un'operazione comune e corale. Perciò «conversione pastorale» significa anche «discernimento comunitario» e «conversione missionaria». Bisogna fare attenzione a non usare questi linguaggi circolanti in modo banale, perché non siano svuotati della loro forza dirompente.

2. Verso Verona: testimoni sulla via della speranza
Su questo sfondo si comprende l'opportunità della scelta del tema del Convegno di Verona. La scelta fatta ha cercato una felice sintesi tra il tema della speranza e la considerazione del laico come testimone. Il punto di fusione è avvenuto attorno al fulcro della speranza «cristiana», che trova la sua figura personale in Gesù Risorto.
   a) Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo
La scelta del tema riposa su un elemento di continuità e su un accento di novità. L'elemento di continuità deve riprendere il filo rosso della Chiesa italiana, concentrato nelle tre scelte che ho appena evocato come lo sfondo del cammino dei decenni precedenti. Ciò è segnalato dal tema della speranza che non solo corona la triade cristiana, ma fa cogliere l'aspetto «escatologico» del Vangelo, l'elemento per cui il Vangelo pur essendo nel mondo e per il mondo, non è tuttavia del mondo. Il primato dell'evangelizzazione, la forma ecclesiale di questo primato e il metodo del discernimento comunitario hanno bisogno di dirsi nella forma di una speranza che non si rassegna alle immagini e alle esperienze presenti della vita cristiana ed ecclesiale.
L'accento di novità consiste nel fatto che la speranza che il credente attesta non è semplicemente l'aspetto di futuro della vita umana, il fatto che le realizzazioni presenti hanno sempre un «altro» e un «oltre» da attendere e da sperare. L'accento cristiano è che la figura della speranza ha il volto di Gesù risorto, è una persona, è l'esperienza sconvolgente di trasformazione e di trasfigurazione che la risurrezione di Gesù ha seminato nel grembo della storia.
È bello che nel Convegno di Verona tutto ciò sia collegato con il tema della testimonianza del credente. Si noti: non tanto il tema del laico nella sua differenza dalle altre vocazioni ecclesiali, ma la figura del testimone e del racconto che egli è capace non solo di narrare, ma di suscitare di nuovo nel tempo attuale. Il credente come testimone di speranza è lo specifico del Convegno di Verona. L'enfasi cade su ciò che unifica i credenti prima di ciò che li distingue, perché siano tutti testimoni nella vicenda stupenda e drammatica di questo inizio millennio!
   b) Le scansioni del Convegno di Verona
Le scansioni della «traccia di riflessione»5, preparata per il Convegno di Verona, dicono esattamente questo: il Risorto come sorgente della speranza di tutti e per tutti; il testimone come figura che dice in carne e ossa la speranza del Risorto; il racconto della testimonianza con le sue dinamiche nel tempo presente; e, infine, il bel tema dell'«esercizio della speranza».
È la sottolineatura immancabile per un «esercizio del cristianesimo» senza il quale la vita cristiana è debole e fiacca e non riesce a essere lievito nel mondo. Con i suoi ambiti di esercizio: la vita affettiva, il lavoro e la festa, i modi della trasmissione e della comunicazione, la fragilità presente della vita umana, e il tema del credente cittadino del mondo con lo sguardo alla patria futura.
Per questo il tema del Convegno di Verona è orchestrato sul motivo offerto dalla Prima lettera di Pietro, una lettera affascinante che ci dona un'immagine dei cristiani delle origini nella struggente condizione di «stranieri e pellegrini», che «rendono ragione della loro speranza». Rendere ragione non è solo (anche!) un atto della carità intellettuale, ma è un esercizio storico, un compito e un rischio della libertà. Che ha bisogno del tuo e del mio incontro e confronto. Questo è ciò che dobbiamo favorire in questo tempo di preparazione perché trovi nel momento alto della celebrazione del Convegno di Verona il suo punto di incontro e di scambio. Oso proporre tre piste di ricerca che possano diventare anche tre obiettivi da raggiungere nel Convegno (e oltre).
   c) Gesù risorto forma della speranza «cristiana»
La prima pista dovrà ripensare il primato dell'evangelizzazione nella prospettiva della speranza cristiana. Se l'attesa di futuro, soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull'immediato, esige di correggere le malattie della speranza e di metterne in luce i germi positivi presenti nelle esperienze della vita attuale, la forma cristiana della speranza deve condurre a fissare lo sguardo su Gesù Risorto, sorgente della testimonianza. Questa è un'operazione teologale, spirituale e culturale a un tempo. L'offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo oggi. Il difetto di comunicazione, che tutti sperimentano, non sta tanto nella mancanza di adeguati linguaggi, ma la lingua cristiana si rinnova quando si alimenta a un incontro vitale con il Risorto che è esperienza di conversione, di missione e di relazione per il credente e la Chiesa. Per comunicare il Vangelo è necessario continuamente vivere del e nel Vangelo della risurrezione. La sfida cruciale all'inizio del terzo millennio consiste nel mettere in luce il tratto «escatologico» della fede cristiana, superandone una lettura alienante e straniante. Occorre mostrare il potere trasformante della «speranza viva» che lo Spirito del Risorto ci dona: sull'immagine e la concezione della persona, sull'inizio e il termine dell'esistenza, sulla cura delle relazioni quotidiane, sulla qualità del rapporto sociale, sulla sollecitudine verso il bisogno, sui modi della cittadinanza e della legalità, sulle figure della convivenza tra le culture e i popoli. In una parola si tratta di mostrare che il Vangelo della risurrezione di Gesù non riguarda solo il destino futuro della persona e del mondo, ma la novità con cui si vive il presente, come «pellegrini e stranieri» che hanno la mente lucida e il cuore libero per dare un originale contributo alla costruzione della città e del mondo attuale.
   d) Testimoni del Risorto, perché racconti di speranza
La seconda pista costituisce forse l'obiettivo più specifico del Convegno di Verona. Se la Chiesa italiana ha imparato che il primato dell'evangelizzazione si trasmette nella figura testimoniale della Chiesa, cioè - come dice con felice espressione il documento preparatorio di Verona - che «la comunione e la missione della Chiesa sono i due nomi di uno stesso incontro» (n. 4), allora la testimonianza è la categoria per dire che la Chiesa può comunicare il Risorto agli uomini solo nella sinfonia delle vocazioni cristiane. Il Convegno dovrà, dunque, interrogarsi coraggiosamente non tanto sul posto dei laici nella Chiesa, ma sui modi con cui tutte le vocazioni, i ministeri e le missioni della Chiesa costruiscono la comunità credente come segno vivo del Vangelo per il mondo. Non una faticosa distribuzione dei compiti o una sterile rivincita dei ruoli, ma la cura cordiale e amorevole della qualità della testimonianza cristiana, del valore della radice battesimale, della drammatica storica con cui gli uomini e le donne, le famiglie, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli anziani danno futuro alla vita e costruiscono storie di fraternità evangelica. I grandi temi pastorali di questa prima parte del decennio (il primo annuncio della fede, l'iniziazione cristiana, il volto della parrocchia) devono trovare nel solco della testimonianza il terreno di una nuova nascita della vita ecclesiale e dell'impegno nel mondo.
La Chiesa di domani deve assumere il volto della testimonianza. Lo saprà fare se vorrà suscitare «racconti di futuro», cioè interpretazioni della vita ed esperienze capaci di prefigurare nel presente la direzione verso cui camminare. Per questo è richiesto un intellectus spei, cioè un'intelligenza del presente nella luce della risurrezione, una forte capacità di creare sogni per la vita personale e sociale, un'accelerazione della speranza. E, insieme, di accumulare sapienza che lavori sugli avamposti della carità, apra esperienze di nuova socialità, costruisca una coscienza vigilante sul tempo presente e, soprattutto, custodisca tutti i «luoghi della speranza», nel campo della vita consacrata, delle relazioni ecumeniche, del servizio alle povertà, degli areopaghi del dialogo e del confronto culturale.
Non sarà possibile fare questo che a due condizioni: che la Chiesa - soprattutto la Chiesa locale e la parrocchia - sia essa stessa una città della comunione sinfonica e cattolica e che in essa si apra una stagione di fiducia per i nuovi arrivati del Concilio: i laici, le famiglie, le persone che cercano un incontro di senso prima che un luogo di impegno. Non sarà possibile costruire la comunità credente come luogo della testimonianza e racconto di speranza se essa non diventerà la dimora dove tutti trovano casa per camminare e costruire racconti di speranza. Questa è la sfida più importante!
   e) L'esercizio della speranza negli spazi della vita
Di qui la terza pista: la testimonianza cristiana come «esercizio del cristianesimo». Infatti, il credente/testimone e la Chiesa/testimonianza potranno avventurarsi a «esercitare» la speranza negli spazi della vita, solo abitando una dimora ecclesiale, solo rimanendo presso il roveto ardente, solo abbeverandosi alla sorgente. È molto importante intendere l'esercizio della speranza non semplicemente come un «mettere in pratica» alcuni valori presupposti e che sono semplicemente da realizzare nell'impegno nel mondo. La testimonianza non ha prima di tutto la forma dell'impegno, ma quella di un «esercizio del cristianesimo», con cui si entra negli spazi della vita umana, messi a tema per il Convegno di Verona (la vita affettiva, il lavoro e la festa, i modi della trasmissione e della comunicazione, la fragilità della vita umana, la cittadinanza). Il cristiano attua così un admirabile commercium, uno scambio meraviglioso tra la specificità della fede e i linguaggi umani. La Chiesa e il credente abitano questi mondi, ne assumono i linguaggi e le forme della vita, per purificarli e dischiuderli a dire il Vangelo della speranza nelle esperienze della vita odierna. Il credente non tratta l'esperienza del mondo semplicemente come il teatro del proprio agire, compreso a monte dello spazio in cui si «esercita», né considera il mondo come luogo teologico, come si diceva retoricamente non molto tempo fa, ma sa che il suo essere lievito e luce accade nella drammatica della vicenda umana. In questo contesto la libertà dei credenti diventa il crocevia di incontri, e talvolta anche di discernimenti critici, che portano a dire e a comunicare la speranza cristiana dentro la figura incerta e, nondimeno, aperta del mondo attuale. Questo «esercizio» è l'obiettivo pratico del Convegno, che decreterà la fecondità dell'Assise ecclesiale se verrà preparato prima, praticato in modo emblematico durante e irradiato nei normali percorsi della vita quotidiana dopo il convenire della Chiesa a Verona.

NOTE
   1 Per maggiori informazioni sul Convegno, cfr il sito www.memoriaesperanza.it; inoltre AGGIORNAMENTI SOCIALI, «In cammino, tra memoria e speranza - Interviste a mons. Vittorio Nozza e a Lucio Babolin», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2006) 138-149; CARITAS ITALIANA - CNCA - SCS/CNOS - JSN ITALIA - MISSIONARI COMBONIANI ITALIA - AGGIORNAMENTI SOCIALI - IL REGNO, «Oltre Firenze: per un luogo di confronto dei cristiani impegnati nel sociale - Documento preparatorio del Convegno "In cammino, fra memoria e speranza"», ivi, 170-174.
   2 Il 19 febbraio 2006 don Franco Giulio Brambilla è intervenuto al Convegno «In cammino, tra memoria e speranza» anticipando le linee principali della relazione che avrebbe tenuto il 24 febbraio al Seminario CEI per il Comitato Nazionale per il Convegno di Verona. Il testo qui pubblicato riproduce tale relazione. Lo stesso testo è in corso di pubblicazione su La Rivista del Clero Italiano, 4 (2006), ed è disponibile sul sito www.memoriaesperanza.it. I corsivi originali sono stati qui trasformati in neretti.
   3 BENEDETTO XVI, «Alla Curia Romana per il Natale» (22 dicembre 2005), in Aggiornamenti Sociali, 2 (2006) 159-169.
   4 Cfr CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio del 2000 (29 giugno 2001). [N.d.R.]
   5 Cfr CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA - COMITATO PREPARATORIO DEL IV CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo. Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona, in www.convegnoverona.it. [N.d.R.]

 

Nato a Missaglia (Lc) nel 1949, è sacerdote della diocesi di Milano. Ordinato sacerdote nel 1975, ha perfezionato i suoi studi alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, prima ottenendo la Licenza (1977) e poi conseguendo la Laurea con un lavoro su La cristologia di Schillebeeckx nel 1985. Ha insegnato S. Scrittura, Teologia spirituale e Antropologia Teologica nel Seminario di Seveso fino al 1985. Poi insegna Cristologia e Antropologia Teologica alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale dal 1984. Nella Sezione Parallela del Seminario di Venegono Inf. (Va), dove risiede, ha insegnato Cristologia, mentre attualmente insegna Antropologia Teologica, ed è Direttore di Sezione del Ciclo Istituzionale della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale. Tra le sue pubblicazioni: La cristologia di E. Schillebeeckx. La singolarità di Gesù come problema di ermeneutica teologica (1989); Cristo Pasqua del cristiano (1991); Il Crocifisso Risorto. Risurrezione di Gesù e fede dei discepoli (19992); Esercizi di Cristianesimo (2000); Alla ricerca di Gesù (2001); Edward Schillebeeckx (2001); La redenzione nella morte di Gesù. In dialogo con Franco Giulio Brambilla (2001). Infine, ha pubblicato numerosi saggi su La Scuola Cattolica (di cui è Direttore), Teologia e Rivista del Clero Italiano, Servizio della Parola e altre Riviste su temi di cristologia, antropologia e pastorale.

Insegna:
Ciclo Istituzionale: Cristologia, Antropologia teologica
Ciclo di Specializzazione:
Teologia sistematica

 11/10/2006 04.39 © sacerdoti lavoratori sposati

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