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Quale futuro per le riforme uscite dal Vaticano II?
Va sottolineata l’ampiezza delle riforme: la liturgia e la parola di Dio
sono accessibili a tutti; l’ecumenismo ha pieno diritto di cittadinanza;
il dialogo interreligioso è legittimato (grazie a Giovanni Paolo II); è
stato generalizzato un regime di consultazioni; le mentalità sono
cambiate molto, così come mutata è l’immagine pubblica della chiesa.
Rimane però una questione fondamentale: le riforme del Vaticano II
hanno raggiunto il loro obiettivo iniziale, quello di correggere gli
effetti indotti dal Vaticano I? È più pertinente chiederselo che entrare
in una disputa a proposito del rispetto della lettera o dello spirito del
concilio. In effetti, quando la collegialità è stata interpretata in
termini “più affettivi che effettivi”, potendo la testa fare ogni
cosa senza il collegio, mentre quest’ultimo non può fare nulla senza la
sua testa; quando tutte le istanze di cui i parroci, i vescovi e il papa
sono stati dotati, rimangono consultive; quando la comunione delle chiese
si trova assorbita nella comunione della chiesa, ci si può chiedere se le
intenzioni (e non lo “spirito”) del Vaticano II siano state
effettivamente onorate. Le riforme introdotte non hanno potuto rimediare
alle difficoltà pastorali ed ecumeniche persistenti.
Sul piano pastorale le riforme si sono presentate come
universalmente valide, quindi obbligate ad essere di tipo “legal-burocratico”;
esse vengono raramente adattate, a livello locale, ai miliardi di fedeli
che vivono nelle culture più diverse. Un simile schema di riforma non ha
permesso al papa – i viaggi di Giovanni Paolo II avevano un altro scopo
– e alla curia di centrarsi, con la loro autorità specifica, sulle
chiese per aiutarle a mettere a punto le soluzioni che solo esse avrebbero
potuto elaborare. Lo schema messo in opera ha centrato le chiese sulla
curia romana che legifera, a volte fin nei minimi particolari, ed esercita
il controllo su scala universale, rischiando in tal modo di
deresponsabilizzare gli attori locali. Ne conseguono problemi ricorrenti,
legati ai modelli di autorità, alla scelta dei vescovi, agli statuti così
variabili delle donne, al reclutamento del clero. La collegialità
universale non potrà risolvere questi problemi meglio della curia. La
creazione di grandi complessi continentali porterebbe elementi di
soluzione, a condizione che si stabilisca un clima di fiducia e di
pazienza.
Sul piano ecumenico una evoluzione in questo senso creerebbe, a
lungo termine, se altre condizioni si verificano, buone condizioni per la
riunione di cristiani, perché la chiesa unitaria si è rivelata
storicamente opposta alla chiesa una. Sul piano ecumenico, come sul piano
pastorale, le urgenze sono identiche: lavorare ad un rinnovamento
teologico ed epistemologico del diritto canonico e rivedere innanzitutto
l’ermeneutica del Vaticano I, prima ancora di quella del Vaticano II. (di
Hervé Legrand)
fonte: Teologi@Internet
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)
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