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Eredità: il concilio Vaticano II, con le sue costituzioni e i suoi
decreti, con le sue decisioni e i suoi impulsi, ci ha lasciato una eredità
preziosa, sebbene problematica. Una eredità che, anziché raccogliere e
far fruttare, si può anche rifiutare o perlomeno lasciare inutilizzata.
Ma quanto povere sarebbero la chiesa cattolica e la cristianità nel suo
complesso senza questo concilio! Nessun’altra chiesa, dal tempo della
Riforma in poi, ha compiuto una simile riforma. Ma procediamo con ordine e
senza grande dissociazione:
Punto 1: Se questo concilio non ci fosse stato, nella chiesa cattolica si
continuerebbe a considerare libertà di religione e tolleranza come
prodotti nocivi del moderno spirito del tempo; nei paesi cattolici si
continuerebbe a rifiutare alle altre comunità religiose (“eretiche”)
la libertà di religione. Dopo lunghe e dure discussioni, il Vaticano II
ha compiuto una svolta che per gli ideologi dell’infallibilità era
difficilmente pensabile: che ogni persona abbia il diritto alla libertà
di religione; che possa agire, proprio nelle cose religiose, secondo la
propria coscienza, libera da ogni costrizione; che ogni comunità
religiosa abbia il diritto al libero esercizio pubblico della religione,
secondo le sue proprie leggi.
A partire dal Vaticano II, in effetti, nei paesi cattolici è
complessivamente cessata la discriminazione dei protestanti. Più nessun
impedimento per loro alla formazione di pastori, all’erezione di edifici
ecclesiastici, alla diffusione della Bibbia e alla collaborazione nel dare
un’impronta alla vita sociale. Questa libertà religiosa vissuta giovò
ovviamente anche ai cattolici che vivevano in regioni a “predominio”
protestante.
Punto 2: Se questo concilio non ci fosse stato, la chiesa cattolica
continuerebbe a sottrarsi al movimento ecumenico, continuerebbe a
condurre contro le altre confessioni guerre fredde con penna e lingua
appuntite. Ancor sempre delimitazione polemica, e persino separazione
combattiva in teologia e nella società – e tutto questo, è ovvio,
reciprocamente!
Il Vaticano II ha riconosciuto, sebbene con grande fatica, la
corresponsabilità colpevole dei cattolici nella divisione della chiesa e
la necessità della riforma continua: non più un semplice “ritorno”
degli altri a una chiesa cattolica immutabilmente rigida, ma un
rinnovamento della propria chiesa nella vita e nella dottrina secondo il
vangelo, quale premessa per una auspicabile riunificazione. Agli altri
cristiani ci si rivolge come a comunità o chiese cristiane. A nuovi dogmi
e a nuove condanne, però, il concilio ha espressamente rinunciato per
volere di papa Giovanni.
In verità, a partire dal concilio Vaticano II nella chiesa cattolica si
è ampiamente radicato un atteggiamento ecumenico. A tutti i livelli si
sono imposti conoscenza reciproca, dialogo e collaborazione, e anche
preghiere comuni e una crescita delle comunità liturgiche. Avvicinamenti
ecumenici si registrano pure nella teologia: particolarmente evidenti
nella esegesi biblica, nella storia della chiesa, nella pedagogia
religiosa e nella teologia pratica, ma a perdita d’occhio anche nella
dogmatica. Questo fa sorgere la domanda perché anche in Germania (come
negli Stati Uniti) non si porti avanti, nel segno dell’ecumenismo e
della scarsità di mezzi nei bilanci pubblici, l’integrazione delle
facoltà teologiche. Da noi, a Tubinga, subito dopo il concilio eravamo più
avanti di quanto non lo siamo oggi. Ma anche il rapporto delle comunità
cristiane tra di loro e specialmente dei loro parroci è decisamente
migliorato sotto l’influsso del Vaticano II e contemporaneamente anche
del Consiglio ecumenico delle Chiese (WCC); in molti casi il rapporto è
diventato collegiale, anzi amichevole.
Punto 3: Se questo concilio non ci fosse stato, le altre religioni del
mondo sarebbero per la chiesa ancor sempre oggetto soprattutto dello
scontro negativo e polemico e di strategie missionarie di conquista.
Ostilità specialmente nei confronti dei musulmani e in particolare degli
ebrei. L’antisemitismo nazionalsocialista, a sfondo razzista, sarebbe
stato impossibile senza il secolare antiebraismo religioso delle chiese
cristiane.
Per il concilio Vaticano II, però, tutti i popoli, con le loro differenti
religioni, formano una sola comunità: in modi diversi cercano di
rispondere alle stesse domande fondamentali sul senso della vita e sul
cammino dell’esistenza. Nulla, dunque, dovrebbe venire rifiutato di ciò
che nelle altre religioni è vero e santo – il risplendere dell’unica
verità che illumina tutti gli uomini. Parole di stima per l’induismo,
il buddismo e particolarmente per l’islam, che – secondo l’esempio
di Abramo – insieme con i cristiani adora l’unico Dio e venera Gesù
come profeta di Dio. L’ostilità tra cristiani e musulmani deve far
posto alla comprensione e all’impegno comune per la giustizia sociale,
per la pace e la libertà. In modo speciale, però, la chiesa cristiana è
legata alla religione ebraica, dalla quale è nata e con cui condivide le
sacre Scritture. Per la prima volta viene decisamente rifiutata da un
concilio una “colpa collettiva” del popolo ebreo di allora, o
addirittura di oggi, nella morte di Gesù, si prende posizione contro un
rigetto o una maledizione dell’antico popolo di Dio, anzi si deplorano
«gli odî, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo
dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» e al tempo stesso
si auspicano «mutua conoscenza e stima» (dichiarazione Nostra aetate,
n. 4).
Non è da trascurare: dal concilio Vaticano II in poi la conoscenza e la
stima delle altre religioni e particolarmente dell’ebraismo sono
enormemente cresciute – nella predicazione, nella catechesi, negli studi
e nei dialoghi. Ogni discriminazione a motivo di razza, colore della
pelle, condizione o religione è da allora vietata. Ci si riconosce nella
fraternità di tutti gli esseri umani sotto l’unico Dio. Anche la
possibilità della salvezza dei non cristiani, perfino degli atei in buona
fede, ossia che vivono secondo coscienza, viene esplicitamente
riconosciuta.
Punto 4: Se questo concilio non ci fosse stato, la liturgia
cattolica continuerebbe ad essere una liturgia clericale celebrata in una
lingua straniera incomprensibile, alla quale il popolo “assiste” solo
passivamente, in “uffici solenni” in latino e in “messe private”
sussurrate rivolti a una parete.
Il Vaticano II ha fatto ridiventare la celebrazione dell’eucaristia la
liturgia dell’intero popolo sacerdotale: forma comprensibile,
partecipazione attiva di tutti nella preghiera e nel canto comuni e nel
ricevere la comunione. Il tutto quale felice realizzazione delle richieste
dei Riformatori: le medioevali messe private praticamente abolite a
vantaggio della celebrazione comunitaria; il calice ai laici permesso
almeno in determinate situazioni; introduzione della lingua del popolo e,
in tal modo, adattamento della liturgia alle differenti nazioni; infine,
semplificazione e concentrazione dei riti sull’essenziale.
Punto 5: Se questo concilio non ci fosse stato, teologia e spiritualità
della Bibbia continuerebbero, nella chiesa cattolica, ad essere
trascurate nella predicazione, nella teologia di scuola e nella pietà
privata. Praticamente la tradizione ecclesiale posta, nella teoria e nella
prassi, sopra la sacra Scrittura – e il magistero sopra entrambe. Il
rinnovamento biblico incontrò, come quello liturgico, molte difficoltà.
Contro i metodi moderni della spiegazione della Scrittura si praticò il
rifiuto.
Il Vaticano II ha riconosciuto, purtroppo senza definire chiaramente il
rapporto fra Scrittura e tradizione, l’importanza preminente della
Bibbia: ogni annuncio ecclesiale, predicazione, catechesi, e soprattutto
l’intera vita cristiana devono essere alimentati e guidati dalla
Scrittura. Il magistero non sta al di sopra della Parola di Dio, bensì
deve porsi al suo servizio. Gli studi storico-critici della Bibbia vengono
incoraggiati. Lo studio della Scrittura dovrebbe essere, per così dire,
l’anima della teologia.
Di fatto, dal Vaticano II in poi la legittimità di una genuina esegesi
storico-critica non è più contestata e, a prescindere da casi
eccezionali, è difficile che venga impedita. La cosiddetta inerranza
della Scrittura viene rivendicata al massimo per la verità salvifica, non
però per le affermazioni puramente scientifiche e storiche. L’accesso
alla Scrittura per tutti i credenti viene facilitato grazie a traduzioni
di pregio e in parte anche ecumeniche. Nella liturgia, una lettura
comprensibile della Scrittura, secondo un nuovo e più ricco e vario
ordinamento delle pericopi. Nessuna liturgia domenicale senza predica.
Ripristino della liturgia della Parola anche indipendentemente dalla
celebrazione dell’eucaristia, e in determinate circostanze guidata da
laici.
Punto 6: Se questo concilio non ci fosse stato, la chiesa
continuerebbe ad essere compresa come un “impero romano”
soprannaturale, con al vertice il papa, come sovrano assoluto, sotto di
lui l’“aristocrazia” dei vescovi e dei preti, e infine, in funzione
passiva, il “popolo suddito” dei fedeli. Nel complesso un’immagine
di chiesa clericale, giuridicizzata e trionfalistica.
Il concilio Vaticano II critica questa immagine di chiesa e comprende la
chiesa – sebbene con fatali compromessi tra immagine di chiesa
medioevale e immagine biblica – di nuovo fondamentalmente non come
piramide gerarchica, bensì come comunità di fede, come communio,
come popolo di Dio, continuamente in cammino nel mondo. Un popolo di
pellegrini immerso nel peccato e nella provvisorietà, che deve essere
disponibile a una costante riforma. I detentori degli uffici stanno non
sopra, ma dentro il popolo di Dio, non come suoi padroni, ma come suoi
servitori. Il sacerdozio universale dei fedeli va tenuto in grande
considerazione.
In realtà, dal Vaticano II in poi le chiese locali, nel quadro della
chiesa universale, vengono di nuovo prese sul serio sotto prospettive
molto diverse: in quanto comunità liturgiche esse sono originariamente
chiesa. I vescovi devono riscoprire, senza pregiudizio del primato papale,
una comune, collegiale responsabilità per la guida dell’intera chiesa
– per questo l’istituzione di un sinodo dei vescovi. Dappertutto ci
sono oggi consigli diocesani e consigli parrocchiali composti da religiosi
e laici. Ma anche al di fuori della chiesa cattolica vengono riconosciute
chiese e comunità ecclesiali: il concilio rifiuta una equivalenza tra
chiesa di Cristo e chiesa cattolica visibile.
Punto 7: Se questo concilio non ci fosse stato, il mondo secolare
continuerebbe ad essere considerato in modo prevalentemente negativo.
Ancora nel XX secolo la chiesa cattolica, che dopo la Riforma e
l’Illuminismo aveva perduto la signoria medioevale sul mondo, si è
volentieri compresa come baluardo assediato. In modi difensivi e offensivi
essa ha cercato di assicurarsi i suoi diritti tradizionali, con
atteggiamenti ostili, anzi spesso di rifiuto nei confronti del progresso
scientifico, culturale, economico e politico dell’umanità moderna.
Anche in relazione al mondo secolare il Vaticano II ha compiuto una svolta
positiva. La chiesa, oggi, vuole essere solidale con l’intera umanità,
vuole con essa collaborare, non rifiutare domande, bensì dare ad esse
risposta. Anziché polemica, dialogo; anziché conquista, testimonianza
convincente.
[…]
Per quanto concerne il futuro: a Roma, sotto il nuovo pontificato, di
fronte alla crescente pressione dei problemi (diminuzione del clero, esodo
delle donne dalla chiesa, carente integrazione ecclesiale della gioventù,
crollo della pastorale, scandali sessuali, necessità finanziarie…), non
si dovrà tuttavia, seguendo l’ispirazione del vangelo, riprendere
finalmente in mano sul serio l’eredità del concilio, la sua grande eredità
spirituale? Invece delle parole di un magistero nuovamente
conservatore e autoritario, non riacquisteranno vigore le parole
programmatiche di Giovanni XXIII e del concilio? Moltissime persone,
dentro e fuori della chiesa cattolica, desiderano:
– di nuovo “aggiornamento” nello spirito del vangelo, invece della
tradizionale integralista “dottrina cattolica” delle encicliche morali
rigoristiche e dei catechismi tradizionalistici;
– di nuovo “collegialità” del papa con i vescovi, invece di un
rigido centralismo romano che nelle nomine dei vescovi e
nell’assegnazione delle cattedre di teologia non tiene conto degli
interessi delle chiese locali a vantaggio di coloro che sono docili;
– di nuovo “apertura” al mondo moderno, invece di accuse, lamentele
e querele nei riguardi del presunto “adattamento” allo spirito del
tempo;
– di nuovo “dialogo”, invece di monologo ufficiale, di inquisizione
e rifiuto pratico della libertà di coscienza e di insegnamento nella
chiesa;
– di nuovo “ecumenismo”, invece di una accentazione in senso
strettamente romano-cattolico: che anche nella questione dell’eucaristia
si faccia ricorso alla famosa distinzione di Giovanni XXIII tra la
sostanza della dottrina di fede e il suo rivestimento linguistico-storico,
a una “gerarchia delle verità” (che non sono tutte ugualmente
importanti).
by Teologi@Internet
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)
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