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fonte: club3 -
sanpaolo.org
Due casi di
pedofilia che hanno coinvolto sacerdoti. La Chiesa, così aperta ai
lontani, non sempre riesce a farsi carico dei propri soldati. Dimenticando
che qualunque persona “è” la propria affettività
Una sera di
settembre, dalle parti del cimitero Maggiore di Milano, un sacerdote di 60
anni è stato arrestato per violenza su minore. I carabinieri lo avevano
sorpreso in auto, insieme a un tredicenne nomade. In quella zona della
città si fa regolarmente mercato di bambini stranieri. Un paio di mesi
prima, a Roma, un sacerdote si era suicidato dopo la condanna per atti di
pedofilia. L’entità del fenomeno è vasta, più di quanto non dicano i
due episodi, inoltre quando sono coinvolte persone consacrate gli effetti
mediatici sono amplificati. Raramente proprio per il delicato ruolo
ricoperto in questi casi dall’adulto, entra in gioco la compassione per
vittime e carnefici, mentre sono più facili le interpretazioni morbose.
Problematico trovare giustificazioni di fronte a simili episodi. Doveroso
cercare di capire, ma questo sarà difficile fino a quando non ci
abitueremo a considerare con maggiore realismo, “umanizzandola”, la
figura del sacerdote, rendendola persona a tutto tondo, esposta quanto
ognuno di noi alle lusinghe delle scorciatoie, anche quelle più oscure,
come accade appunto per la pedofilia. Fino a oggi, un poco per orgoglio,
un poco per soggezione, e un poco per timore di violare chissà quale
sacralità, è stato problematico aprire confronti su questo versante,
talvolta per volontà dei diretti interessati, che forse pensano di
abitare un inviolabile piano superiore. Ma chi conosce anche solo un
frammento di questo mondo complesso, conosce pure le conseguenze che tale
atto di superbia può generare in molti sacerdoti.
Solitudini, malesseri, tormenti a fondo cieco, passi falsi. Uno scenario
non episodico e neppure casuale, destinato ad aggravarsi se dagli
episcopati non partirà una precisa presa in carico delle questioni
cruciali che riguardano la vita dei consacrati, a cominciare dalla loro
affettività, la quale nella migliore delle ipotesi viene ritenuta poco
rilevante, nella peggiore, un fastidio di cui si farebbe volentieri a
meno, dimenticando che una persona, qualunque persona, “è” la propria
affettività, soprattutto se si sceglie di amare tutti i propri simili. Da
un quarto di secolo, mischiati tra i miei pazienti laici, vedo sacerdoti,
seminaristi, religiosi e religiose. Tale consuetudine, unita alla sincera
amicizia che mi lega a tanti uomini di Chiesa, mi permette di guardare con
una certa crudezza al magma da cui possono affiorare comportamenti che
tanto sgomento suscitano nella gente e rovinano per sempre la vita delle
vittime e dei carnefici, senza contare il danno che infliggono alla causa
dell’evangelizzazione. Parlare di eccezioni deprecabili o di individui
problematici non risolve la questione e umilia i protagonisti, la cui vita
non può essere identificata con un errore, grave quanto si vuole.
Il sacerdote arrestato a settembre, tanto per rimanere nel concreto, non
era certo uno sbandato e neppure un depravato, si trattava di una persona
socialmente impegnata che aveva ricoperto delicate responsabilità nella
curia di appartenenza. Ma anche per lui, come per tutti noi, esistono
spinte che possono diventare travolgenti se amministrate in solitudine,
senza il conforto di un’amicizia, di un rapporto confidenziale, di un
contenitore all’interno del quale sentirsi compresi e protetti. Occorre
un lavoro incessante sui preti da parte delle comunità, ma soprattutto da
parte dei vescovi, i quali farebbero bene a fidarsi maggiormente dei
laici, “affidando”, ad esempio, i giovani sacerdoti a famiglie solide,
famiglie “normali” e non bacchettone, capaci di trasferire su di loro
i riflessi di un quotidiano ruvido che sovente gli uomini di Chiesa
ignorano.
La Chiesa, così aperta ai lontani, non sempre riesce a farsi carico dei
suoi soldati, ma un soldato trascurato combatterà male e forse alla fine
non saprà più neppure per che cosa combatte. Un prete non potrà vivere
di “esborsi”, come la sua missione richiede, se qualcuno non gli
riempie la bisaccia in continuazione e in maniera visibile. Mi dice un
giovane parroco: «A volte passo le serate a rivedere il filmato della mia
consacrazione, per ritrovare l’entusiasmo e le promesse di quei giorni
felici. Il mio paese conta 1.200 anime, la sera, quando si chiudono le
porte e ogni famiglia si ripiega nella propria intimità, mi accade di
piangere. In quei momenti tutto mi appare senza vita, anche la preghiera.
Vorrei parlarne con il mio vescovo, ma è irragiungibile. Mi accontenterei
anche di qualcosa di meno, se solo fosse disponibile».
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