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Preti  nella tormenta. Parliamone: un analisi sul mensile club3

Chia di Soriano nel Cimino (VT) 12/10/2006 04.34 © sacerdoti lavoratori sposati - Redazione

fonte: club3 - sanpaolo.org

Due casi di pedofilia che hanno coinvolto sacerdoti. La Chiesa, così aperta ai lontani, non sempre riesce a farsi carico dei propri soldati. Dimenticando che qualunque persona “è” la propria affettività 

Una sera di settembre, dalle parti del cimitero Maggiore di Milano, un sacerdote di 60 anni è stato arrestato per violenza su minore. I carabinieri lo avevano sorpreso in auto, insieme a un tredicenne nomade. In quella zona della città si fa regolarmente mercato di bambini stranieri. Un paio di mesi prima, a Roma, un sacerdote si era suicidato dopo la condanna per atti di pedofilia. L’entità del fenomeno è vasta, più di quanto non dicano i due episodi, inoltre quando sono coinvolte persone consacrate gli effetti mediatici sono amplificati. Raramente proprio per il delicato ruolo ricoperto in questi casi dall’adulto, entra in gioco la compassione per vittime e carnefici, mentre sono più facili le interpretazioni morbose.
Problematico trovare giustificazioni di fronte a simili episodi. Doveroso cercare di capire, ma questo sarà difficile fino a quando non ci abitueremo a considerare con maggiore realismo, “umanizzandola”, la figura del sacerdote, rendendola persona a tutto tondo, esposta quanto ognuno di noi alle lusinghe delle scorciatoie, anche quelle più oscure, come accade appunto per la pedofilia. Fino a oggi, un poco per orgoglio, un poco per soggezione, e un poco per timore di violare chissà quale sacralità, è stato problematico aprire confronti su questo versante, talvolta per volontà dei diretti interessati, che forse pensano di abitare un inviolabile piano superiore. Ma chi conosce anche solo un frammento di questo mondo complesso, conosce pure le conseguenze che tale atto di superbia può generare in molti sacerdoti.

Solitudini, malesseri, tormenti a fondo cieco, passi falsi. Uno scenario non episodico e neppure casuale, destinato ad aggravarsi se dagli episcopati non partirà una precisa presa in carico delle questioni cruciali che riguardano la vita dei consacrati, a cominciare dalla loro affettività, la quale nella migliore delle ipotesi viene ritenuta poco rilevante, nella peggiore, un fastidio di cui si farebbe volentieri a meno, dimenticando che una persona, qualunque persona, “è” la propria affettività, soprattutto se si sceglie di amare tutti i propri simili. Da un quarto di secolo, mischiati tra i miei pazienti laici, vedo sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose. Tale consuetudine, unita alla sincera amicizia che mi lega a tanti uomini di Chiesa, mi permette di guardare con una certa crudezza al magma da cui possono affiorare comportamenti che tanto sgomento suscitano nella gente e rovinano per sempre la vita delle vittime e dei carnefici, senza contare il danno che infliggono alla causa dell’evangelizzazione. Parlare di eccezioni deprecabili o di individui problematici non risolve la questione e umilia i protagonisti, la cui vita non può essere identificata con un errore, grave quanto si vuole.

Il sacerdote arrestato a settembre, tanto per rimanere nel concreto, non era certo uno sbandato e neppure un depravato, si trattava di una persona socialmente impegnata che aveva ricoperto delicate responsabilità nella curia di appartenenza. Ma anche per lui, come per tutti noi, esistono spinte che possono diventare travolgenti se amministrate in solitudine, senza il conforto di un’amicizia, di un rapporto confidenziale, di un contenitore all’interno del quale sentirsi compresi e protetti. Occorre un lavoro incessante sui preti da parte delle comunità, ma soprattutto da parte dei vescovi, i quali farebbero bene a fidarsi maggiormente dei laici, “affidando”, ad esempio, i giovani sacerdoti a famiglie solide, famiglie “normali” e non bacchettone, capaci di trasferire su di loro i riflessi di un quotidiano ruvido che sovente gli uomini di Chiesa ignorano.
La Chiesa, così aperta ai lontani, non sempre riesce a farsi carico dei suoi soldati, ma un soldato trascurato combatterà male e forse alla fine non saprà più neppure per che cosa combatte. Un prete non potrà vivere di “esborsi”, come la sua missione richiede, se qualcuno non gli riempie la bisaccia in continuazione e in maniera visibile. Mi dice un giovane parroco: «A volte passo le serate a rivedere il filmato della mia consacrazione, per ritrovare l’entusiasmo e le promesse di quei giorni felici. Il mio paese conta 1.200 anime, la sera, quando si chiudono le porte e ogni famiglia si ripiega nella propria intimità, mi accade di piangere. In quei momenti tutto mi appare senza vita, anche la preghiera. Vorrei parlarne con il mio vescovo, ma è irragiungibile. Mi accontenterei anche di qualcosa di meno, se solo fosse disponibile». 

 12/10/2006 04.34 © sacerdoti lavoratori sposati

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