Per avere un futuro l’uomo deve lavorare in favore della natura

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18 dicembre 2020

La crisi climatica, il crollo della biodiversità, l’acidificazione degli oceani, lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento dell’aria, sembrano dimostrare che non è più il pianeta a plasmare gli esseri umani ma gli esseri umani a modificare intenzionalmente il pianeta. Continuando così l’uomo non sarà più in grado di riparare i danni provocati all’ambiente.

Gli esperti stimano, ad esempio, che tra 50 anni, i Paesi più poveri potrebbero sperimentare fino a 100 giorni in più ogni anno di condizioni meteorologiche estreme a causa del cambiamento climatico, una cifra che verrebbe dimezzata se l’accordo di Parigi sul clima fosse pienamente attuato. Non si tratta dunque di scegliere: adottare misure coraggiose per ridurre l’immensa pressione che stiamo esercitando sull’ambiente e sul mondo naturale è un obbligo, altrimenti i progressi dell’umanità saranno rallentati e le prossime generazioni si troveranno a dover fare i conti con condizioni meteorologiche estreme, mancanza di cibo e malattie. Il covid-19 lo ha dimostrato, la sua trasmissione è stata quasi certamente da animale a uomo, e ciò ci ha dato un esempio di quale potrebbe essere il futuro che pesa sul pianeta. Ci sono voluti solo pochi mesi perché la pandemia minacciasse di far tornare indietro lo sviluppo umano, mettendo in luce tragicamente le debolezze dei regimi sociali, economici e politici.

L’ultima relazione del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (United Nations Development Programme) dimostra che nessun Paese al mondo è riuscito a raggiungere un livello di sviluppo umano elevato senza esercitare un’enorme pressione sul pianeta. «Dobbiamo essere la prima generazione a correggere questa situazione» sollecita il rapporto o l’azione dell’uomo sull’ambiente sarà così stravolgente da non esserci nessuna possibilità di un ritorno indietro. Per questo il Programma di sviluppo propone di iniziare, intanto, con l’introduzione di un nuovo indice sperimentale per misurare il progresso umano che tenga conto delle emissioni di biossido di carbonio e dell’impronta materiale esercitata dai paesi sull’ambiente. Dunque nell’annuale Human Development Index, che misura la salute, l’istruzione e il tenore di vita di un Paese, l’Onu propone l’inclusione di questi altri due elementi. Il rapporto sottolinea, infatti, che lo stato generale dello sviluppo globale potrebbe cambiare decisamente se il benessere degli esseri umani e l’allentamento delle pressioni globali fossero entrambi al centro della definizione di progresso. «L’uomo sta esercitando una pressione sul pianeta che non è mai stata così travolgente. Di fronte al covid-19, alle temperature record e alla crescente disuguaglianza, è tempo di ridefinire ciò che intendiamo per progresso» sottolinea il rapporto. I popoli e il pianeta, secondo l’Organizzazione sono entrati in una nuova era geologica chiamata Antropocene, nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. È tempo che tutti i Paesi ripensino il loro percorso verso il progresso, eliminando gli evidenti squilibri di potere e opportunità che impediscono il cambiamento. Si tratta di agire ognuno nel suo piccolo cambiando abitudini e stili di vita dannosi per l’ambiente, ma anche prevedendo misure importanti come la cancellazione delle sovvenzioni per i combustibili fossili. Secondo il Fondo monetario internazionale, citato nel rapporto, il costo delle sovvenzioni statali per i combustibili fossili, altamente inquinanti, è stimato a oltre 5.000 miliardi di dollari l’anno, ovvero il 6,5% del prodotto interno lordo mondiale. Di contro, ad esempio, una migliore gestione delle foreste, il rimboschimento, da soli potrebbero soddisfare circa un quarto delle misure che dobbiamo adottare prima del 2030 per evitare che il riscaldamento globale raggiunga i due gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali. Non si tratta, sottolinea la relazione, di scegliere tra popoli o alberi, ma di riconoscere che il progresso umano guidato da una crescita irregolare e ad alta intensità di carbonio deve finire. «Affrontando le disuguaglianze, sfruttando le innovazioni e lavorando con la natura potrebbe iniziare un processo di trasformazione per sostenere le società e il pianeta allo stesso tempo», si sottolinea. Ci vuole una radicale trasformazione del nostro stile di vita, del nostro lavoro e della nostra cooperazione per cambiare rotta.

di Anna Lisa Antonucci

Osservatore Romano

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