Può ‘sbiadire’, può ‘svanire’ la memoria di Falcone e Borsellino?

Possono ‘sbiadire’ e ‘svanire’ le loro drammatiche morti? Possono diventare un’eco insignificante quelle due devastanti esplosioni? Può perdere senso il loro preziosissimo, e vincente, impegno contro le mafie? Evidentemente no. Eppure questo ha sentenziato il Tribunale di Francoforte sul Meno, respingendo il ricorso di Maria Falcone, sorella del magistrato, teso a inibire l’uso dei nomi a un ristoratore tedesco che li aveva scelti per la sua pizzeria. Nomi che nel locale, con gusto raccapricciante, sono circondati da fori di proiettile.

All’interno anche la celebre foto di Tony Gentile che ritrae insieme i due giudici sorridenti e accanto l’immagine di don Vito Corleone personaggio interpretato da Marlon Brando nel famoso film Il Padrino. Altra scelta di pessimo gusto.

Poi ancora tanti fori di proiettili e nel menù, ovviamente, la ‘Pizza Falcone’ e la ‘Pizza Borsellino’, con ingredienti molto discutibili. E ancor più discutibili, inaccettabili, le motivazioni dei giudici tedeschi secondo i quali «a causa del passare del tempo e dello sbiadimento della memoria del defunto, la protezione non può più essere garantita» anche perché, aggiungono, «il giudice ha operato principalmente in Italia e in Germania è noto solo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori e non alla gente comune che frequenta la pizzeria».

Come dire «la mafia è solo storia italiana». Affermazione molto pericolosa. Le mafie non sono solo un problema, un dramma, un ‘affare’ italiano. Proprio la Germania si risvegliò drammaticamente da questa illusione (o autoassoluzione) il 15 agosto 2007, con le 6 vittime della strage di Duisburg. Strage di ’ndrangheta, la stessa ’ndrangheta che ha scelto per i suoi carichi di cocaina anche il porto di Amburgo, contando ovviamente su complicità locali. Poi, il Tribunale di Francoforte fa un’altra affermazione inaccettabile ma anche, purtroppo, vera.

«Giovanni Falcone è morto nel 1992, quindi sono passati circa 28 anni. Trenta anni fa, il tema lotta alla mafia era sotto gli occhi di tutti. Oggi non è più così per la collettività». La lotta alla mafia è passata di moda? Non è più al centro dell’attenzione? È triste e amaro doverlo ammettere, ma c’è del vero. Anche in Italia. E non da oggi. Tutti ricordano un ministro che affermò che con ‘le mafie si deve convivere’. Ma senza arrivare al dover convivere, è la memoria che sembra vacillare. Il tema mafie, ripete spesso il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, «è uscito dall’agenda della politica».

Ma senza memoria, senza la memoria di chi lottando contro le mafie ha dato la vita, senza la memoria delle più di mille vittime innocenti che ogni 21 marzo Libera ricorda nella ‘Giornata della memoria e dell’impegno’, la lotta alle mafie sarà fatta solo di rituali parole e non di concreto impegno. Oggi più che mai. Oggi che, come da mesi avvertono magistrati e forze dell’ordine, le mafie si stanno già muovendo per approfittare della pandemia, quella sanitaria e quella sociale. Come abbiamo più volte scritto su queste pagine, il rischio usura è una realtà, che si rafforza con la crisi di tante imprese e famiglie, e si foraggia coi soldi ‘pronta cassa’ dei clan. «Per colpire le mafie bisogna seguire i soldi», diceva Falcone, non più di moda per quei giudici tedeschi, ma attualissimo. Soldi che vogliono dire anche crescita del consenso delle mafie. Lo ha scritto con precisione papa Francesco nell’Enciclica

Fratelli tutti. Le mafie «si impongono presentandosi come ‘protettrici’ dei dimenticati, spesso mediante vari tipi di aiuto, mentre perseguono i loro interessi criminali. C’è una pedagogia tipicamente mafiosa che, con un falso spirito comunitario, crea legami di dipendenza e di subordinazione dai quali è molto difficile liberarsi».

Lo scrive oggi, il Papa, non 30 anni fa, capendo e spiegando la drammatica attualità delle mafie. Quelle mafie che stanno offrendo proprio in questi mesi il loro ‘welfare’, pseudo-generosità interessata che prima o poi chiede qualcosa in cambio. Hanno ‘soccorso’ imprenditori senza lavoro e senza credito, primo passo per ‘mangiarsi’ le loro imprese. E già mettono in moto le collusioni con settori della politica e dell’amministrazione per accaparrarsi i fondi della ricostruzione. Lo hanno fatto sempre e lo faranno ancora. È il loro ‘sporco’ mestiere, anche se in giacca e cravatta, più col computer che con la lupara. In Italia come all’estero, come sta emergendo da una delicatissima inchiesta su 36 miliardi della ’ndrangheta investiti in mezza Europa. Tutta storia di oggi.

Per questo possiamo fare tutto meno che dimenticare, sbiadire i ricordi, far svanire il senso di quei due volti sorridenti e assassinati. E magari una pizza, in Italia e altrove, andiamola a mangiare da qualche ristoratore che ha detto no alle mafie e ha denunciato. E facciamoci raccontare da lui quanto la lotta alle mafie sia storia di oggi, da costruire giorno per giorno coi mattoni della memoria e dell’impegno.

Antonio Maria Mira

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