Sul riordino degli studi teologici

Settimana News

La proposta dell’ATI riguardo il ripensamento integrato degli studi teologici in Italia merita attenzione.

Non tanto perché (mi permetto di iniziare con una nota poco ottimista) essa abbia qualche significativa probabilità di essere attuata, ma perché pone sul tappeto molti problemi importanti: sia quello che esplicitamente vuole affrontare (la bizzarra presenza in Italia di un doppio percorso di studi, Scienze religiose e Teologia), sia quelli che, pur lasciati sullo sfondo, occhieggiano continuamente dalle righe del progetto di riordino (il ruolo della filosofia, il rapporto con il mondo universitario italiano, la qualità della ricerca).

Sperando che abbiano una qualche utilità, mi permetto di avanzare alcune considerazioni in merito, in parte derivanti dalla mia esperienza personale, in parte dal tentativo che spesso ho compiuto, tra me e me o in compagnia, di riflettere su cose che mi stanno a cuore.

Una questione seria
Di là dai pur importanti dettagli di struttura, l’elemento qualificante della proposta è il seguente: unificare i due percorsi quinquennali in cui nel panorama italiano si studiano «cose teologiche», cioè il quinquennio filosofico-teologico del baccellierato e il quinquennio di studi di scienze religiose, e concepirli entrambi come un 3+2, alla fine dei quali si conseguirebbe una laurea magistrale, secondo la dizione italiana. Non si vede infatti perché un eguale numero di anni di studio non dovrebbe condurre ad un eguale titolo. Più precisamente, si tratterebbe quindi di una «Laurea Magistrale in Scienze Religiose e Teologiche», con due indirizzi: uno di essi, quello sistematico, consentirebbe la prosecuzione degli studi con la Licenza canonica.

Difficile non dichiararsi d’accordo sulle intenzioni. Difficile però anche non notare come implicitamente viene posto un problema che è molto maggiore rispetto a quello della dizione dei titoli, e anche rispetto alla pur deplorabile situazione in cui uno dei due percorsi (presentato per laici, come se le capacità mentali di questi fossero menomate) viene ufficialmente considerato di serie B (tant’è vero che esso non prevede nessun corrispondente dottorato, dunque nessuna possibilità lineare per chi vi ha studiato di far ricerca e insegnare poi in esso). Problemi seri, certo, ma che mi paiono collaterali rispetto al problema che (con un’ingenuità credo intenzionale) la proposta dell’ATI non nomina: il baccellierato così com’è concepito attualmente merita di essere chiamato «laurea magistrale»? È sufficiente per questa qualifica il fatto che esso è costituito da cinque anni di studio?

Il punto è questo: la laurea magistrale è nell’ordinamento italiano (penso soprattutto alle discipline umanistiche tradizionali: lettere e filosofia) un percorso in cui si è avuta la possibilità di individuare un proprio percorso di studi originale (in misura ben superiore a ciò che consente qualche esame a scelta), e per il cui conseguimento è richiesto un ampio lavoro di approfondimento personale, spesso con tratti di originalità. Ovviamente non tutti i laureati raggiungono il medesimo livello, ma non è rarissimo che la tesi conclusiva sfiori o raggiunga la dignità della pubblicazione: non tanto per la precisione «metodologica» con cui è condotta (da questo punto di vista debbo anzi riconoscere che le Facoltà teologiche vincono a man bassa il confronto con le Facoltà umanistiche italiane), ma per la vivacità delle idee, la profondità delle analisi, la freschezza dello sguardo.

Tutto questo è dovuto sicuramente anche al fatto che i corsi di laurea umanistici tradizionali sono sempre più la riserva di minoranze di studenti e studentesse molto convinti, controcorrente, esistenzialmente motivati, che passano le vacanze di Natale a preparare gli esami di gennaio e le estati a preparare quelli di settembre.

Molti manuali, pochi testi classici
C’è un altro aspetto qualificante, che per la mia esperienza è decisivo.

Gli studenti che arrivano a discutere una tesi magistrale in lettere o in filosofia hanno nei loro cinque anni incontrato, letto e studiato molti testi classici della propria disciplina. Scorro rapidamente i programmi di quest’anno del mio corso di laurea in Filosofia: nei programmi trovo testi (spesso integrali) di Nietzsche, Kant, Platone, Aristotele, Plotino, Guardini, Hobbes, Husserl, Cassirer, e poi nei programmi opzionali Rosenzweig, Derrida, Nussbaum, Agostino, Bonaventura, Löwith, Origene, Bloch, Russell, Popper, Jaspers, Foucault, Berkeley, Frege, Spinoza (vari altri non sono indicati, ma sono prescritti durante lo svolgimento dei corsi).

A detrimento di quadri sistematici delle discipline? Certamente, ma per la mia esperienza (e di tanti miei colleghi) con inestimabile vantaggio: sia perché la lettura e lo studio di un grandissimo autore insegnano di più del miglior manuale, sia perché la distanza con la sua opera richiede quello spirito critico che ben difficilmente uno studente avrebbe il coraggio di esercitare (putacaso) nei confronti di un manuale firmato dal docente.

Il problema è che il baccellierato in Teologia non è definito in questo modo: né per il primo né per il secondo aspetto. Ad esser sinceri, talvolta mi pare che non lo sia neppure la licenza in Teologia (a meno che siano state spiacevoli eccezioni i casi di brillanti licenziati che dopo avermi detto che per anni hanno studiato solo Tommaso d’Aquino, alla domanda: «E che cosa avete letto di lui?» mi hanno risposto: «Be’, niente»). Ma comunque, anche mettendo tra parentesi gli interrogativi sulla licenza, sicuramente non è il caso del baccellierato.

E così, purtroppo, mi pare che i problemi lasciati sullo sfondo dalla proposta dell’ATI riemergano con forza. Il baccellierato in teologia non è un quinquennio: è un triennio che nella vita accademica di uno studente è preceduto dal limbo di un biennio, che eredita sì l’antica e nobile tradizione della Facoltà delle Arti medievali, ma con il piccolo particolare (se è lecito riassumere in una riga una complessa storia delle istituzioni accademiche) che la frequenza della Facoltà delle Arti iniziava intorno ai 14 anni, non ai 19.

La disistima verso l’impegno intellettuale
Insomma, si ritorna ancora una volta al problema che Severino Dianich sollevava nel 1995 sulle pagine della Rassegna di Teologia: «enorme lunghezza» degli studi teologici, «pretesa di trattare tutto il complesso dottrinale cristiano», «interferenza degli interessi pastorali», lezioni quindi ridotte all’offerta di «materiale compilativo, povero di istanze critiche e privo di creatività». Parole scritte un quarto di secolo fa, forse esagerate ma non certo immotivate.

A questi problemi oggi se ne aggiunge un altro: la disistima generale dell’impegno intellettuale, quella che (non non erro) ha in parte motivato PierAngelo Sequeri e altri teologi e teologhe a firmare poco tempo fa l’appello Salvare la fraternità. Insieme. La mia generazione è quella che sui libretti dei canti parrocchiali, tra «Noi canteremo gloria a te» e «Al tuo santo altar», trovava anche la folgorante «Tante parole» di Marcello Giombini, in cui, in un ardito rifacimento del Salmo 52, l’intellettuale veniva dipinto come chi, sepolto dalla parole e dalle idee, era diventato incapace di un gesto di amore e tenerezza.

Ma oggi l’intellettuale è piuttosto colui che lavora in silenzio e ai margini per quel bisogno di verità e di bene che gli esseri umani hanno, e ciononostante viene continuamente accusato, dall’aria del tempo e non solo, di perdere tempo, di non far cose utili e niente e nessuno, di essere indifferente davanti al male e alla sofferenza. Un problema in più: ma chissà se aggiungerlo non possa servire in questo caso a rendere più facilmente risolubili gli altri, a far percepire più urgente una riflessione e una risposta.