“Il Covid non si diffonde come pensiamo”, nuovo studio ribalta tutto

Nonostante l’arrivo di diversi vaccini anti-Covid, gli studi sul terribile virus che ha sconvolto il mondo nel 2020 continuano in quasi tutti i Paesi. L’ultima ricerca, realizzata dalla virologa Müge Çevik dell’università di St. Andrews, la più antica di Scozia, sembrerebbe cambiare le nostre convinzioni sulle modalità di diffusione del nuovo coronavirus. Çevik, esperta di Hiv, tubercolosi, epatite virale, infezioni emergenti e infezioni tropicali nei paesi in via di sviluppo, componente del New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group (NervTag) del governo britannico, ha pubblicato una meta-analisi molto ampia su 79 studi recenti relativi a Sars-Cov-2 (e non solo: anche alla Sars e alla Mers) e al Covid-19 che spaziano soprattutto intorno ai temi della dinamica della carica virale, della diffusione virale e della contagiosità (uno dei punti su cui l’ultima variante, VUI202012/01, sembra distinguersi in modo più marcato rispetto alle altre in circolazione).

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Come riporta Science Focus, il documento individua i principali fattori che contraddistinguono la diffusione del coronavirus e anche alcuni fraintendimenti e strategie non proprio lineari delle politiche sanitarie internazionali. Nell’intervista alla nota rivista, Çevik mette in luce come la maggior parte delle infezioni avvenga in luoghi e contesti al chiuso. Se fino ad aprile mettevamo sullo stesso livello ogni genere di interazione sociale, nel tempo è divenuto molto chiaro che non tutte le attività e gli ambienti pesano allo stesso modo quando parliamo di trasmissione virale. Anche la durata dei contatti è importante: più tempo si trascorre con una persona infetta, e maggiore è l’esposizione, più elevato è il rischio di contagiarsi. Sappiamo anche, precisa la scienziata, che alcune attività al chiuso (mangiare o parlare ad alta voce, senza considerare il canto) ci fanno emettere più droplet, goccioline di saliva vettori dei virioni, aumentando il rischio in particolare se gli ambienti non solo sufficientemente ventilati. Alcuni studi ci hanno infatti spiegato che solo aprire una finestra abbatte il rischio di contagio, perfino sui mezzi pubblici. “Ma dobbiamo sottolineare il fatto che se trascorriamo molto tempo in uno spazio chiuso, l’importante è aprire una porta o la finestra, altrimenti il rischio rimane alto anche se ci laviamo le mani” spiega Çevik. Servono sei cambi d’aria nell’arco di un’ora ma basta anche aprire la finestra di pochi centimetri per far circolare l’aria necessaria a disperdere le goccioline.

Dagli studi analizzati escono poi una serie di altre circostanze per così dire socio-economiche che favoriscono il contagio ben più di molti altri contesti su cui invece le autorità pubbliche insistono a volte in modo un po’ paranoico. Le dimensioni delle abitazioni sono importanti: “Uno studio francese mostra che se si vive in un’abitazione affollata il rischio di infettarsi è tre volte più elevato rispetto a quello di chi ha più spazio a disposizione”. Eppure, viene da pensare, i Covid-hotel per le persone che non possono trascorrere una quarantena in sicurezza a casa propria sono divenuti realtà solo dopo molti mesi e non in tutti i paesi o in tutte le regioni. Ancora oggi la maggior parte delle persone si chiude in una stanza di casa, in un isolamento certo “imperfetto” rispetto a quanto potrebbe essere garantito in hotel o strutture apposite, come accaduto e accade tuttora in Cina.

Il punto centrale è che il virus tende a diffondersi per cluster. “E questo aspetto non sembra del tutto entrato nel nostro modo di pensare e nelle nostre pratiche precauzionali perché continuiamo a concentraci su dinamiche simili a quelle dell’influenza” spiega Çevik. Che aggiunge: “Quello che vediamo con la Covid è che la maggioranza non trasmette l’infezione ma un numero ristretto di persone causa ampi focolai”. Per questo sapere dove avvengono le trasmissioni e comprendere a fondo i contesti ad alto rischio può aiutarci a mettere in campo un approccio più sfumato e preciso. E soprattutto consentirci di risparmiare le energie nel faticoso lavoro di contact tracing. Questo “perché la maggior parte delle persone sarà stata infettata da qualcuno che ha infettato anche altre persone, spesso nello stesso momento. Ciò significa che dobbiamo contattare a ritroso, rintracciare quelle persone per identificare le dinamiche di trasmissione”. In molti paesi europei al momento seguiamo i contatti specifici della persona infetta ma appunto, come accade per esempio in Corea del Sud o in Giappone, dovremmo concentrarci di più sui luoghi chiusi che ha frequentato testando tutti quelli che ci sono passati in un certo giorno, “procedendo cioè in modo da identificare i luoghi ad alto rischio”.

Con una mappa più chiara dei contesti e dei luoghi più rischiosi anche i lockdown eventualmente necessari per rallentare i contagi potrebbero essere un po’ più blandi o modulati con più intelligenza. “Per esempio, alcuni paesi obbligano a indossare le mascherine all’aperto. Può essere utile in un contesto affollato all’esterno. Ma se si passeggia in una strada deserta senza contatti non ce ne sarebbe bisogno”. Secondo la scienziata “questi messaggi sono abbastanza dannosi perché le persone non capiscono davvero dove si nascondano i rischi reali”. Per altri, invece, un approccio un po’ più generalizzato evita il problema di aprire a mille cavilli interpretativi diversi: mascherina sempre e fine della storia.

Per esempio, continua l’esperta, molte persone hanno paura di andare al supermercato quando puoi si siedono per ore al ristorante. Sono contesti in cui il rischio di trasmissione è molto diverso. In un supermarket le persone non trascorrono troppo tempo, gli spazi sono ampi e spesso non si entra in contatto con gli altri clienti. Ma nei ristoranti si parla e mangia in gruppi. E quando si è in gruppi di conoscenti si tende a sentirsi più rilassati e a tralasciare le misure di sicurezza, almeno rispetto agli sconosciuti. Sono questi i contesti in cui vediamo svilupparsi i cluster”.

Anche sugli asintomatici Çevik spiega di aver ricavato dalle analisi sulle decine di studi un approccio diverso. E cioè che dovremmo concentrarci sui sintomatici: “Gli asintomatici costituiscono il 20% di tutte le infezioni e probabilmente sono contagiosi un terzo rispetto a chi ha sintomi o ne sviluppa dopo qualche giorno. Questo ci dice che dovremmo focalizzare di più sui sintomatici: come identificarli prima, testarli prima e assicurarci che si isolano nella fase infettiva più acuta piuttosto che provare a identificare chiunque”. Un punto molto controverso, questo, sul quale in realtà gli esperti sono da mesi molto divisi.

“C’è stata una discussione molto lunga su chi testare, se anche gli asintomatici o meno – conclude in effetti la scienziata – credo che i contatti asintomatici di ogni infetto vadano testati. Ma potenzialmente non tutti. In Giappone, per esempio, ci si concentra su cluster e ambienti molto ampi. Un epidemiologo giapponese spiega che il loro approccio è quello di chi guarda a una foresta e prova a scovare i gruppi di vegetazione, non i singoli alberi. E crede che in Occidente ci si faccia distrarre, e disorientare, dagli alberi”.

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