Dalla Spagna si ai preti sposati. Richieste di rinnovamento alla chiesa cattolica

“Riteniamo inoltre non necessario l’obbligatorietà del celibato per accedere al ministero ordinato”. Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti sposati rilancia la notizia pubblicata da Adista e si rende disponibile a rientrare con i preti sposati del movimento in servizio alle parrocchie (ndr)

Giunge dai Paesi baschi spagnoli la seguente dichiarazione che è forse è più appropriato definire appello alla Chiesa cattolica. Datato 20 novembre 2020, è stato pubblicato dai quotidiani El Correo e El Diario Vasco il 4 dicembre scorso. Essenzale nella forma, è ricco di richieste sostanziali di riforma: dal celibato opzionale dei preti al ruolo dei laici, dalla denuncia della situazione di minorità delle donne nella Chiesa al modello di nomina dei vescovi e alla partecipazione dei laici ai momenti decisionali, perché, scrivono i promotori, «non vogliamo più essere semplici convitati di pietra».

I Firmatari  si richiamano anche alle iniziative di movimenti europei quali “Revuelta” “Donne per la Chiesa”, “Maria 2.0”, “Voices of Faith”, che stanno organizzando un Sinodo delle donne in Vaticano per la fine del 2121.

«Noi che abbiamo firmato questo articolo, intendiamo focalizzare e mostrare la nostra preoccupazione per la direzione delle nostre Chiese, sottolineando la necessità di affrontare un cambiamento profondo del modello. Non possiamo rimanere indifferenti sui cambiamenti nei vescovi che stanno avvenendo e stanno per avvenire nelle nostre diocesi. Entrando in questo percorso, riconosciamo l’urgenza di ispirare le comunità cristiane attraverso la nostra partecipazione alle decisioni su tutto quello che i riguarda, in una Chiesa più sinodale, a cominciare dalle nomine dei nostri rispettivi vescovi. Procedura che difendiamo anche quando i vescovi nominati, verticalmente e senza consultare il Popolo di Dio, fossero di nostro gradimento.

La permanenza nel ministero episcopale dovrebbe essere per un certo tempo. In questo modo, impediremmo a vescovi che hanno dimostrato di non avere i requisiti per il compito affidatogli di esercitare per decenni il ministero episcopale.

Riteniamo che le attuali procedure legali diocesane in cui non è garantito il diritto alla difesa e a un giusto processo debbano essere riviste, almeno nelle nostre diocesi. Ogni accenno di arbitrarietà e unilateralità deve essere sradicato. Il vescovo non può essere, in una Chiesa corresponsabile e sinodale, allo stesso tempo procuratore, avvocato e giudice.

Inoltre, è necessario generare processi dinamici e partecipativi nelle nostre Chiese locali come l’attuazione di Assemblee diocesane in cui sia possibile diagnosticare, proporre e votare ciò che riteniamo opportuno per non finire con l’essere una sorta di rifiuto, ma un insieme fiducioso e significativo.

Vediamo con grande entusiasmo e speranza il movimento “Revuelta” con l’obiettivo di sradicare la violazione dei diritti umani delle donne nella Chiesa e di integrarvi la teologia femminista; o la piattaforma “Voices of Faith” che chiede un Sinodo dei cattolici di tutto il mondo per ottenere il pieno riconoscimento e la dignità delle donne. Un grido, dicono, contro un’istituzione clericale e patriarcale.

Riteniamo inoltre non necessario l’obbligatorietà del celibato per accedere al ministero ordinato.

Allo stesso modo, riteniamo urgente il rilancio della vita comunitaria, favorendo nuove forme di servizio, incoraggiando le comunità stesse a eleggere i propri ministri in caso di assenza prolungata di quelli cui è affidato il servizio o in caso di impossibilità per i fedeli di essere adeguatamente assistiti. Con l’orizzonte, sempre, di comunità aperte al diverso.

Allo stesso modo, seguendo una procedura già provata nel postconcilio tra noi, i diversi Consigli dovrebbero cessare di essere meramente consultivi e diventare decisionali, salvando l’unità di fede e di comunione ecclesiale. Dobbiamo lasciarci alle spalle la concezione del laicato come mero collaboratore del clero per difendere la piena corresponsabilità tra tutti i battezzati.

Non possiamo per nostro comodo delegare a Papa Francesco ogni responsabilità per le riforme di cui la Chiesa ha bisogno oggi.

La Chiesa basca, come stanno facendo le altre Chiese locali nel mondo, deve uscire dalla sua zona di comfort e prendere l’iniziativa con coraggio, nella spinta al rinnovamento promossa dall’ultimo Concilio e oggi più necessario che mai.

In questi giorni in cui abbiamo celebrato la Giornata mondiale dei poveri e ricordiamo il Patto delle Catacombe, vogliamo esprimere la nostra volontà di accogliere creativamente il Concilio Vaticano II in quello che intendiamo sia il punto centrale di detto Patto, che non è altro che mettere le nostre comunità al servizio della giustizia e di un nuovo ordine sociale, dando priorità ai poveri, ai lavoratori e ai settori economicamente deboli e vulnerabili».

Infine, crediamo che, in questo periodo di pandemia, in cui tante certezze si stanno sgretolando, dobbiamo reinventarci e ripensare a cosa dovremmo fare e come possiamo farlo. E a fronte di un modello puramente clericale e poco partecipativo, sappiamo che non vogliamo essere semplici convitati di pietra.