Quando Dio parla attraverso il rock

Osservatore Romano

Con la sua affascinante e anche tagliente capacità di parlare della vita, la sua, dei suoi cari, di chi incontra, Massimo Granieri (sacerdote passionista, giornalista, è anche critico musicale, conduttore radiofonico, scrittore) nel suo nuovo libro, Il rock’n’roll con tanta anima (Roma, Claudiana, 2020, pagine 140, euro 14,50) fa qualcosa di più che scrivere semplicemente di musica rock, qualcosa che per lui è più che una passione. Lo avevamo già constatato nei suoi precedenti libri e nei suoi articoli.

Per lui la musica con cui è cresciuto, dal punk a personaggi che alcuni definiscono “eccentrici”, è un modo per indagare la vita, cercando le tracce di ogni segno che Dio lascia alla nostra attenzione perché, col cuore distratto che purtroppo ci caratterizza, possiamo invece guardare in Alto, a Lui.

È perfetta in questo senso la citazione delle parole di Benedetto xvi pronunciate il 12 settembre 2008 a Parigi rivolte al mondo della cultura nel Collegio dei Bernardini: «Qaerere Deum, cercare Dio: poiché erano cristiani (i monaci) questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla». Con lo stesso spirito dei monaci medievali, allora, Massimo Granieri in questo libro si addentra su questa via, segue le tracce “piantate da Dio” nella cultura in cui lui è cresciuto, la musica rock. E ne coglie appieno il rimando ultimo a Dio contenuto in ciascuna canzone, da artisti, spesso loro stessi inconsapevoli del grido che hanno lanciato, facendo piazza pulita delle ideologie e del nichilismo imperante di chi li ha raccontati fino a oggi, incapaci a differenza di Granieri di accorgersi della domanda acuta che inabitava in essi.

Da David Bowie a Lucio Battisti, da Bugo a Patti Smith (colta in una meravigliosa intervista già pubblicata tempo fa sull’«Osservatore Romano») ai Depeche Mode ci guida in questo percorso meraviglioso ma anche gravido di sofferenza. Come dice John Martyn, eccelso e sfortunato cantautore inglese, «(le canzoni) o ti smuovono qualcosa dentro o non te lo smuovono». Non ci sono alternative.

Questo libro è però anche qualcosa in più. Spesso noi fedeli laici che vediamo i sacerdoti la maggior parte delle volte solamente nel momento delle liturgie, da soli, in cima all’altare, con quelle vesti decorate, li sentiamo lontani da noi: sacerdoti di un rito. E ci domandiamo come sia la loro vita quotidiana, i piccoli gesti, la solitudine delle loro camere, cosa passi nella loro mente una volta scesi da quell’altare.

Granieri lo rivela senza timore, anzi con coraggio da leone, quando racconta del difficile rapporto con il padre che, quando seppe che voleva entrare in seminario, non gli rivolse la parola per circa due anni. Lo fa con parole toccanti, quasi insostenibili, raccontando del padre malato di tumore e lui, già prete, che lo abbandona in una squallida sala di aspetto di un ospedale definito “topaia”, da solo con il suo male, quasi volesse vendicarsi. Ma è obbligato a fermarsi lungo le scale, il dolore che lo attanaglia lo blocca: «Su quei gradini feci a botte con Dio (…) figlio di un Dio distratto e di una padre assente, sentivo solo la mia disperazione», scrive. Torna indietro, con l’immagine di Fra Cristoforo che accompagna Renzo da don Rodrigo in fin di vita. Poi la Divina Commedia, una amicizia forte e le canzoni di Samuele Bersani, Prince, Ivan Graziani lo sostengono: «La musica e Dante vestirono di parole i nostri silenzi». Ecco. Le canzoni sono questo. Una compagnia a cogliere quei segni che Dio traccia per noi. Nel dolore, nella disperazione. Questo libro lo racconta.

di Paolo Vites