Tendenze Camminare nella vita? Meglio che stare in rete

Sopravvive in molti un desiderio infinito che li spinge da un luogo all’altro, però l’auto e la tivù ci hanno reso troppo passivi. Parla l’antropologo Le Breton
Escursionismo nel Parco dell’Uccellina in Toscana

Escursionismo nel Parco dell’Uccellina in Toscana – Olympia

Parigi In barba alla sedentarietà ispessita pure dall’arrivo nelle nostre case di contenuti digitali o servizi a domicilio d’ogni tipo, una parte dell’umanità non rinuncia a scarpinare, scalare rilievi, partire per vecchi itinerari di pellegrinaggio o per altri sentieri. Da tempo, l’antropologo francese David Le Breton, docente all’Università di Strasburgo, studia le aspirazioni, i bisogni, le emozioni di coloro che coltivano, anche nelle nostre società così “sedute”, le virtù del cosiddetto Homo caminans. Un’umanità in movimento al centro pure del suo ultimo saggio, Marcher la vie. Un art tranquille du bonheur (”La vita in cammino. Un’arte tranquilla della felicità”, Métailié). Fra i volumi dell’autore usciti di recente in Italia, tradotti da Raffaello Cortina: Ridere. Antropologia dell’homo ridens (2019); Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo (2018).

Anche in questi tempi di possibili confinamenti sanitari, scarpinare resta un’aspirazione di tanti. Come lo spiega?

Chi si mette in cammino è sempre alla ricerca di qualcosa, ma spesso non sa esattamente cosa. Sopravvive in molti di noi un desiderio infinito che ci spinge da un luogo all’altro, come per cercare un luogo meraviglioso che magari si nasconde appena oltre il nostro quartiere. Un luogo dove siamo attesi e dove si svelerà meglio il senso della nostra vita. Conta pure il fascino della scoperta, perché dopo ogni bivio di un sentiero, non si sa mai bene cosa si scoprirà. Ma per certi versi, è pure un ritorno all’Itaca di Ulisse. Allontanandosi, si coltiva spesso interiormente pure il desiderio di tornare.

C’è altro?

È certamente pure una reazione all’eccessiva sedentarietà che ci minaccia. La riscoperta di una forma d’autonomia. L’auto e la televisione ci hanno abituati a forme di passività, o a un isolamento sensoriale rispetto al mondo. Del resto, il parabrezza ricorda molto gli schermi davanti ai quali passiamo intere giornate. Tendiamo a dimenticare il nostro corpo e, in proposito, gli ideologi del transumanismo approfittano di ciò, sperando di farci credere che il corpo è superfluo e che bisogna superarlo. Al contrario, c’è chi decide di partire alla riconquista della sensorialità del mondo, all’insegna di una lentezza cadenzata dal corpo. Un modo per sentirsi più pienamente in vita. Esiste ancora un mondo dove possiamo concederci del tempo, anche per incontri personali non più virtuali, per attimi di contemplazione. Scarpinare è dunque un elogio della lentezza, o un contropiede al culto dell’urgenza in cui scivolano le nostre società. Sugli itinerari più praticati, è pure l’occasione per riscoprire forme di gentilezza e solidarietà, lo spessore dei legami con gli altri. Nel caso dei club di camminata, questa dimensione conviviale domina spesso sul resto.

Un capitolo del suo saggio è dedicato agli itinerari di pellegrinaggio, come il cammino di Santiago de Compostela…

Dopo secoli di quasi abbandono, certi itinerari come il Camino o la Via Francigena tornano a essere affollati, soprattutto negli ultimi 20 anni. Quelli che si lanciano, giunti da ogni continente, non sono tutti cattolici e s’incrociano pure tanti fedeli di altre religioni, o degli atei. Molti sono in ogni caso in piena ricerca di qualcosa, il più delle volte all’insegna della trascendenza, senza necessariamente far riferimento in modo automatico alla sfera divina. Si tratta di itinerari geografici e interiori di spiritualità, all’insegna tanto degli incontri, quanto dell’esperienza del silenzio e della meditazione. Si ritrova anche in tal modo un legame più pacato con il mondo e i suoi spazi, accantonando la frenesia che rischia di divorarci nella quotidianità.

In proposito, lei impiega un neologismo, homo silicium, per evocare la relazione non sempre felice con la sovrabbondanza di tecnologia nelle nostre vite…

Accanto alle grandi possibilità che ci permette, l’universo tecnologico a base di silicio in cui siamo immersi rischia pure di alterare, se non di amputare, la nostra relazione con il mondo. Anche nelle città più belle del mondo, s’incrociano tanti nostri contemporanei che sembrano ipnotizzati davanti ai loro schermi portatili. In città, se ci siamo perduti, non è più così semplice trovare persone disponibili per indicarci il cammino. Certo, rispetto alle macchine, il corpo è pure il luogo delle malattie, della stanchezza, della morte, come ripete l’ideologia del transumanismo, propagandando l’idea che il nostro corpo è ormai superato dalle tecnologie, da cui potrebbe essere un giorno persino sostituito. Ma evidentemente, un mondo di sole informazioni non avrebbe più senso, come ben sanno i podisti, alla ricerca, al contrario, di sensazioni corporee di ogni tipo.

Scarpinare diventa dunque pure un atto filosofico o politico?

La nostra natura umana è emersa pure con l’issarsi in piedi del nostro corpo, per stabilire con il mondo un rapporto nuovo e frontale. Del resto, attorno a un anno, ogni neonato riproduce ancora con meraviglia questa storia evolutiva. Si apprende così la libertà, l’autonomia, l’amore verso gli altri. Per molti versi, chi cammina è dunque oggi pure il pioniere di un possibile mondo a venire in cui potranno essere riscoperte pienamente tutte le attitudini umane più profonde. Un mondo meno accelerato in cui le relazioni umane potranno restare o tornare centrali nelle società.

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