Un saggio-racconto sul razzismo. Diritto di parola e di esistenza

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12 dicembre 2020

Una spinosa riflessione sulla contemporaneità. I meccanismi dell’odio. Un dialogo sul razzismo e i modi per combatterlo (Milano, Mondadori, 2020, pagine 132, euro 17) è il titolo del libro di Eraldo Affinati e Marco Gatto, che hanno messo nero su bianco pensieri e interrogativi sul fenomeno migratorio, sulla discriminazione razziale e su quelle «piccole e grandi storie di arroganza e sopraffazione, stupidità e protervia, capaci di risospingere indietro il nostro Paese».

Il volume — a metà tra un saggio e un lungo racconto di vita reale — è diviso in cinque sezioni: nella prima si affronta la questione delle disuguaglianze sociali così come acuite dalla pandemia da covid-19, durante la quale, nonostante un certo assordante silenzio, «gli sbarchi non sono mai cessati»; nella seconda si passano in rassegna drammatici episodi di cronaca relativi alle migrazioni e ai migranti (un esempio è l’assassinio, nel 2018 a Rosarno, del sindacalista maliano Soumaila Sacko), insieme alle strumentalizzazioni politiche e culturali che ne derivano; nella terza e nella quarta si fa luce, oltre che sul rapporto padre-figlio, sull’«orfanezza» dei giovani e, quindi, sulla necessità di proporre, appunto alle nuove generazioni, dei maestri di buonsenso come punti fermi e modelli d’ispirazione (dal medico di Lampedusa Pietro Bartolo al sacerdote impegnato nel sociale don Giacomo Panizza); infine, nell’ultima parte — probabilmente la più interessante, perché risposta concreta e operativa al quadro scoraggiante ab origine tracciato — si illustra l’esperienza pedagogica ed educativa che accomuna i due autori.

Affinati, della Penny Wirton — la scuola gratuita d’italiano per migranti, sorta nel 2008 e le cui postazioni, da Roma, si sono, man mano, moltiplicate su tutto il territorio nazionale — è, del resto, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi, mentre Gatto ne risulta socio. Al suo interno, non ci sono «aule separate, né professori da soli di fronte a gruppi di scolari, bensì tante coppie in un grande spazio», tutto avviene «senza finanziamenti, né pubblici, né privati» e, ancora, «non esistono programmi, se non quelli dettati dalla contingenza reale dei bisogni e delle necessità». Si tratta, insomma, di «un presidio altamente democratico che implica l’adozione di uno sguardo diverso sul mondo», di una vera e propria scuola che si assume, giorno per giorno e nel suo piccolo, «una responsabilità civile» per la «trasformazione individuale e collettiva» e che, attraverso l’insegnamento della lingua, aiuta a identificare «il diritto di parola [in] diritto d’esistenza».

Una speranza che nasce fuori dal coro e brilla nel bel mezzo di una società in cui il cosiddetto diverso è spesso e, in vari modi, colpito (oltre agli eventi criminali clamorosi, oggi, il degrado della vita sociale è pure rappresentato dalla donna «anziana che, nella sala d’attesa di un ambulatorio, sbuffa vedendo un africano parlare al cellulare; l’autista di un mezzo pubblico che non si ferma alla stazione dove ci sono alcuni bengalesi; la signora che sull’autobus si rifiuta di sedersi accanto al giovane somalo; il ristoratore che manda via un gruppo di ragazzi Down; l’atteggiamento di sufficienza dell’impiegato allo sportello, o della cassiera al supermercato, di fronte all’immigrato»).

Dunque, dopo aver descritto come l’Italia e il mondo sono diventati e pure come potrebbero diventare se solo replicassero il passato, l’ampio riferimento, presente nel volume, alla Penny Wirton appare illuminante. È grazie al racconto su questa scuola e su modelli esperienziali parimenti analoghi — dove, tramite incontro, condivisione, spirito critico e dialogo, lo studente straniero scopre di avere una passione, il volontario italiano capisce quale sia la sua reale vocazione e tutti trovano insieme «il coraggio di fare i conti con un passato tragico [cercando] le parole giuste per raccontarlo» — che Affinati e Gatto si spingono oltre la semplice enumerazione dei problemi legati alle discriminazioni e tracciano la strada da imboccare per scovare l’antidoto all’odio.

Nelle ultime pagine, non a caso, si legge: «La sconfitta del razzismo passa attraverso la conquista di una dimensione plurale». Come a dire: non solo non ci si salva da soli, ma, prima ancora che dal mondo, il cambiamento deve necessariamente passare dai banchi di scuola, tra gli studenti, giovani e giovanissimi, pronti a imparare a superare lo steccato che li separa da chi non gli somiglia e ad assumersi «la responsabilità dello sguardo altrui».

di Enrica Riera

osservatore romano

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