Elezioni 2021. Nella corsa dei sindaci soliti errori e vere attese

Avvenire

Si è chiusa un’altra campagna elettorale per le ammini-strative. Effervescente e nervosa nelle sue battute finali ma – anche in questa occasione – più per parallele vicende di politica nazionale e giudiziaria (si vedano l’intervista ‘anti-Salvini’ del superministro leghista Giorgetti, il caso Morisi e, ‘buone’ ultime, la condanna di Mimmo Lucano, candidato in Calabria, e le videorivelazioni su una ‘lobby nera’ che accresce i dubbi sulla classe dirigente di Fdi) che non per un’analisi approfondita delle risposte da dare alle istanze dei cittadini nei vari Comuni al voto.

Un difetto congenito della politique politicienne all’italiana, incline più ai giochi di parole che a misurarsi con la concretezza dei fatti. Si sconta qui un’altra anomalia che, col passare degli anni, sta prendendo sempre più piede, quella di scegliere all’ultimo momento utile i candidati da presentare, quasi fosse una fastidiosa incombenza. Il che porta a una doppia conseguenza: da un lato, il poco tempo utile loro concesso per dedicarsi poi ad affannose passerelle in giro per le città, chiaramente insufficienti per comprendere le complessità di quartieri e territori e le risposte da fornire (in questo, una lodevole eccezione va riconosciuta a Roma a Carlo Calenda, ufficialmente in pista da un anno esatto); risposte affidate magari a soluzioni più concrete dei concetti per ora futuristici, tipo le smart cities e le «città dei 15 minuti».

Dall’altro lato, la ricerca di nomi, spesso estranei alla politica e privi di un’esperienza amministrativa (pur essendo, questa, una condizione necessaria ma non sufficiente per saper poi governare un Comune). Tutto ciò porta a chiedersi se il turno elettorale risentirà anche di un certo ‘effetto Draghi’, ovvero se i cittadini valuteranno o no la ‘competenza’ dei candidati, dopo che per la guida del Paese ci si è affidati appunto a un ‘competente’ rispetto ai politici di professione oggi su piazza. Ciò premesso, ora l’attesa è per i risultati e le loro sfaccettature, anche se per un giudizio completo si dovranno aspettare i ballottaggi. Soprattutto per Roma e Torino, le metropoli dove le sfide sono più in bilico.

Curiosamente sono i Comuni che 5 anni fa erano stati vinti dai 5stelle, ma nei quali probabilmente l’era Raggi e Appendino è destinata a non bissare le speranze che avevano accompagnato i loro successi. Il centrodestra parte da una ‘casella zero’ nelle 5 grandi città al voto e punta soprattutto sul ‘civico’ Paolo Damilano a Torino: per questa ragione, sarà arduo parlare di un vero fallimento dei sovran-populisti (e che sarebbe agevolato peraltro dall’indicazione di nomi sulla carta non particolarmente forti, tali da suscitare più di una perplessità dentro la stessa coalizione), a meno di loro perdite anche nei Comuni più piccoli. Si tenderà come sempre a pesare anche l’esito dei singoli partiti, pur assediati da nugoli di liste civiche, in vista delle prossime elezioni nazionali.

A Milano, per esempio, riuscirà Giorgia Meloni a superare la Lega nella sua antica capitale ideale (e mai conquistata davvero), accrescendo i problemi di Salvini? L’altra incognita maggiore riguarda la tenuta dei 5 stelle, nel bilancio in parallelo fra Roma e Torino appunto, dove corrono separati dagli ‘alleati a metà’ del Pd (e dove bisognerà capire, in caso di ballottaggi, se ci saranno quegli apparentamenti malvisti dalle sindache uscenti), e Napoli e Bologna dall’altra parte, dove invece (in particolare nella città del Sud, in cui Conte coltiva l’ambizione di fare del Movimento la prima lista) si è puntato su un cammino comune in vista dell’alleanza da stringere alle elezioni politiche: un esito deludente dei 5s rafforzerebbe le perplessità degli (ex?) grillini su questa strada. Tutte riflessioni che saranno vagliate da lunedì. Con l’auspicio che, assieme a esse, comincino ad arrivare pure le risposte più attese dai cittadini per il governo dei Comuni.