CLASSICI SULL’ANIMA. Non siate malinconici, poco ozio e pregate

MAURIZIO CECCHETTI

Considerava la sua un’epoca dissennata. E la nostra allora? Anzi arrivò a definire la sua «un’epoca bastarda». Non è quello che pensano in tanti anche della nostra? Robert Burton, pastore protestante vissuto a cavallo dei due secoli che ci traghettano verso la modernità, il Cinquecento e il Seicento, essendo nato nel 1577 e morto nel 1640, fu bibliotecario per molto tempo del Christ Church College di Oxford e nella sua vita, non lunghissima, si dedicò quasi soltanto a un’unica monumentale opera: L’anatomia della malinconia, che pubblicò in sei successive edizioni sempre aumentate ogni volta di mole, fino ad arrivare alle mille e cinquecento pagine dell’ultima che uscì postuma nel 1651. Tanto per capirsi – ma questo potrebbe essere una prova contro di lui che può far dubitare della sua salute mentale – nel volume che ora esce nei classici della letteratura europea di Bompiani con testo inglese a fronte (pagine 2854, euro 65), si trovano oltre tredicimila citazioni tratte da circa mille e seicento diversi autori. Un’opera che ha dunque una pretesa enciclopedica, come scrive il curatore-traduttore Luca Manini nella prima delle tre introduzioni (le altre sono di Amneris Roselli e Yves Hersant) ed è sicuramente frutto di una erudizione spaventosa, quasi che la cura del male prescrivesse al paziente tutti i vaccini possibili a questo mondo combinando fra loro le ricette elaborate dai suoi predecessori illustri, fino a fare di questo trattato l’urtext di ogni discorso sulla malinconia. Il “testo originario” imprescindibile per ogni analisi moderna del problema. Si potrebbe anche dire che l’Anatomy è un palazzo con molte stanze (come il Teatro della Memoria del veneziano Giulio Camillo, morto un secolo prima di Burton), una labirintica biblioteca che ci mette a disposizione una farmacopea formidabile. Se anche non curerà nessuno, questo monumento del sapere rende quanto meno tutti coscienti del fatto che la malinconia non è, se non marginalmente, quella che oggi chiamiamo depressione, ed è molto di più di una malattia dell’anima: è uno stato interiore indotto da un virus spirituale, tanto per usare un paragone dei nostri giorni. Come ha scritto il filosofo Sergio Givone molti anni fa, la malinconia oscilla fra desperatio Dei e allucinazione. Ed è qualcosa che ha a che fare più col cuore che con la ragione. È ciò che rende il sangue di Baudelaire «nero veleno». In Il mio cuore messo a nudo il poeta scrive che il dandy «deve vivere e dormire davanti a uno specchio». Georges de La Topur raffigura, proprio nel Seicento, la Maddalena che pentita medita il suo peccato al lume di una candela davanti a uno specchio mentre tiene la sua mano su un teschio. E Maddalena, per tramite della vanitas, è certamente una figura della malinconia.

Oggi Burton perderebbe le staffe soltanto se qualcuno proponesse di lasciare la malinconia nelle mani degli psicoanalisti. Pur portandosi come mallevadori Democrito e Eraclito, ma anche Ippocrate e Galeno, e condividendo l’aspirazione di Seneca a curare le piaghe dell’anima, Burton conclude la sua scalata al “monte verità” con due raccomandazioni per chi vuole evitare la malinconia: la prima, «non rimanere da solo, non restare in ozio ». L’altra forse deluderà alcuni ammiratori della sua fatica: pregate.

Ora et labora: i monaci dunque avevano capito tutto già prima di Burton?

Comunque sia, se l’inglese ci dice state attenti perché i «cani della malinconia» sono sempre a caccia delle loro prede, un monaco cristiano dell’Asia Minore vissuto lungo il IV secolo, Evagrio Pontico, confessò di sentirsi un «cane morto » tormentato dall’acedia ed «esiliato nel deserto fino a oggi per la moltitudine delle mie malvagità». L’accidia è la sorella siamese della malinconia. Oltre trent’anni fa Hersant le aveva dedicato un saggio legando acedia e malinconia, come il peccato sta alla malattia, e distinguendo fra malinconia generosa e malinconia funesta.

Evagrio però non c’è nell’inventio di Burton. Ma il monaco avrebbe abbracciato il pastore inglese per dirgli quanto era nel giusto invitando a difendersi dalla malinconia con la preghiera. La ricetta dell’asceta è tutta in una parola: apatheia, distacco dalle passioni. «Tristezza compagna di scuola dell’acedia», pathos nel senso di vizio che l’uomo subisce come velenoso siero delle passioni o «assalto del demone di mezzogiorno» che, in ultima analisi, colpisce l’uomo frustrato nel suo desiderio carnale (a trecentossessanta gradi). Anche Baudelaire avrebbe applaudito.

Andrà forse bene per un monaco asceta, ma all’uomo del nostro tempo, per esempio, è praticabile? La malinconia, infatti, indotta sì dalla bile nera genera però anche furore. Già Platone parlava del furor amoroso, e Burton invita a sospettarne, che poi è la più difficile arte da praticare poiché criticare le apparenze significa, in questo paradosso, diffidare di ciò che ci sembra bene, vero o giusto per come ci appare. Aver paura del bene è, secondo il teologo Romano Guardini, un sintomo del malinconico, e Kierkegaard fu maestro in questa critica. Sarebbe anche un pensiero per il nostro tempo dove, come direbbe l’eremita ortodosso Gabriel Bunge, la paura vince, ma la paura, sorella anch’essa dell’acedia, «è il marchio di Caino della nostra società». La bile nera anziché essere prodotta dalle nostre ghiandole oggi ci viene inoculata in dosi minime ma continue dalla società dei consumi dove le passioni tendono a rivelarsi quasi tutte insane. Mi ricorda Todesfuge, la terribile poesia di Celan sulla Germania ormai nazista che allatta i suoi figli con latte nero, un nettare marcio che avvelena le menti e i cuori: «Nero latte dell’alba ti beviamo la notte/ ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera/ beviamo e beviamo…».

Ma è ancora Evagrio che anticipa Burton a proposito del medicamentum decisivo quando scrive: «lo spirito dell’acedia scaccia le lacrime,/ lo spirito della tristezza frantuma la preghiera». Le lacrime per i pittori d’icone erano la preghiera a Dio prima di accingersi a dipingere la trascendenza. E possono esse il mezzo per vincere la malinconia.

Ora però va detto che stiamo parlando di qualcosa che ancora per molto tempo rimarrà misterioso e ambiguo. Nella malinconia c’è anche la seconda faccia di Giano: la prima è il pianto, ma Burton sapeva che l’altra è il riso e metteva in campo Democrito, il cinico che combatte la sorte ridendole in faccia; mentre Eraclito era rappresentante della prima faccia, colui che scoppia in pianto. E non è un caso se l’Anatomy uscì in prima edizione con lo pseudonimo Democrito Junior. Burton voleva forse seguire Democrito con un trattato satirico sulla follia. Questa “bipolarità” la ritroviamo in molti: basterebbero, a mo’ d’esempio, l’«allegrezza malinconica» di Michelangelo, o la massima di Giordano Bruno: In tristitia hilaris, in hilaritate tristis; e, in ambito francese, Rabelais e Villon; però c’è anche Christine de Pizan che all’alba del XV secolo dà la parola a una dama innamorata tradita dal suo cavaliere, la quale confessa la sua tristezza d’amore: « je suis entrée en grant mèrencolie » e Dame Mérencolye è la pallida figura, vestita di cenci e brutta come la morte evocata pochi anni dopo da Alain Chartier, che smonta ogni immagine poetica dell’amore. Burton gioca su questo doppio registro che può essere derisione e provocazione, come ricorda Manini, quando evoca una immagine da danza macabra citando Giovanni Crisostomo per mettere in guardia dal fascino delle belle donne: i loro occhi brillano e incedono con portamento amabile, ma in quel momento risvegliati dal tuo sogno e «fermati a riflettere che è solo terra ciò che ami, un mero escremento ciò che ti tormenta così». La natura finita di ogni cosa e la nostra condizione transeunte sono solo inganno e scalfiscono la meraviglia lasciata in noi dall’impronta sulla sabbia e presto dissolta dal mare? Ciò che ci appare, la bellezza di cui le nostre passioni si nutrono, non è anch’essa una manifestazione particolare dell’assoluto? Ma Burton questo lo sapeva, e scelse Democrito ed Eraclito come compagni di un viaggio nell’anatomopatologia dell’universo mondo. Nel libro i riferimenti alla geografia sono tutt’altro che occasionali, perché c’è molto di più su una carta del globo di ciò che si vede, c’è una cosmografia, come all’epoca – ci ricorda Manini – era anche chiamata la geografia. E Burton confessa: «Non ho mai viaggiato, se non su mappe e carte geografiche, spaziandovi con la mia mente, che non trovava limiti, poiché sempre mi sono dilettato particolarmente dello studio della cosmografia». Ed è sulla geografia che Burton stringe la mano a Erasmo da Rotterdam il cui Elogio della follia fu tra le sue più assidue letture e in una edizione del 1629, scrive Amneris Roselli, nel frontespizio aveva una incisione dove Democrito sembra abbracciare il globo alla cui sommità c’è il cappello a sonagli del fool, il Matto. Così il Democrito Junior a sua volta scrive: «t’accorgeresti ben presto che il mondo intero è matto, che il mondo intero è malinconico, e sragiona; che è fatto come la testa di un folle, una testa pazza, cavea stultorum, il paradiso dei pazzi o, come disse Apollonio, una prigione di matti, ingannatori, adulatori ecc. e che deve essere riformato». Ma sta forse parlando di noi, Burton? Il dubbio mi viene, anche se il testo è stato scritto quattro secoli fa…

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Democrito ed Eraclito come guide di un viaggio nel mistero dell’universo mondo. Il riso e il pianto come due facce della stessa medaglia: la malattia indotta da un virus spirituale Durò trent’anni la fatica del pastore ed erudito inglese Robert Burton Dopo sei edizioni rivedute, nel 1651 il suo trattato sul “male atrabiliare” contava 1.500 pagine. Migliaia gli autori e le citazioni evocate in questa “Anatomia” che ora esce in una edizione critica con testo a fronte. Un’indagine sulle passioni e i vizi del cuore umano, profetica per il nostro tempo

“Fool’s cap map of the world”, incisione anonima del 1590 (Greenwich, Londra, Museo nazionale marittimo)