Inquietudine e intelligenza per un nuovo stile di sala

Dal 23 al 25 settembre si è svolta la quinta edizione delle Sdc Days, le Giornate nazionali delle Sale della Comunità, all’interno di quattro sale: il cinema teatro Nuovo di Magenta, il cinema teatro Lux di Camisano Vicentino, il cineteatro Cagnola di Urgnano e il cinema teatro Tiberio a Rimini. La manifestazione ha visto la partecipazione sia in presenza che in streaming di un pubblico attento e partecipativo.

Il quadro generale nel quale operano le Sale della Comunità e le stesse parrocchie si inquadra in un contesto ancora segnato dal Covid19, con la ripartenza incagliata dentro difficoltà e sfide che la pandemia ha acuito, accelerandone in qualche caso i processi finali. Si assiste da tempo all’arretramento e progressivamente alla fine di quella che è definita la ‘civiltà parrocchiale’ (Christoph Theobald). Questo definisce non tanto la fine della parrocchia, ma il venir meno del suo ruolo sociale e della sua significanza per molte persone che vivono nei territori dove essa insiste. È un processo in atto da molti anni, che – pur con modalità e velocità diverse – tocca il vasto mondo ecclesiale italiano.

La pandemia ha meso sotto la lente di ingrandimento problemi che già esistevano e su cui si rifletteva, obbligando anche le Sale della Comunità a ridefinire il proprio perimetro operativo e il posizionamento all’interno sia della vita ecclesiale sia della cosiddetta ‘filiera cinematografica’, illuminate dalla frase di papa Francesco: ‘Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla’.

Al netto delle misure imposte dal Covid19, che hanno visto i cinema e i luoghi di spettacolo chiusi per molti mesi, la reazione delle SdC si inquadra nella capacità delle parrocchie e della Chiesa italiana di focalizzare le proprie energie alla ricomposizione del territorio ecclesiale. Come reimpiantare il ruolo della Chiesa in una cultura che l’ha progressivamente emarginata o espulsa? Le strategie messe in campo si muovono o sulla linea della resistenza, che consiste nell’accettare l’esculturazione del cristianesimo dalla società, presupponendo che la fede sia immutabile e sempre uguale a se stessa, o ripensando la stessa identità cristiana, così che entri in dialogo con la cultura odierna e provi ad interagire con quei luoghi, quelle comunità, organizzazioni e istituzioni che cercano di trasformare l’esistente.

In queste dinamiche di riposizionamento delle parrocchie e del mondo ecclesiale, le Sale della Comunità possono diventare uno snodo importante per rimodulare la presenza sul territorio non nell’ottica di un semplice ampiamento di scala, ma facendo in modo di mettere in atto un nuovo stile e un nuovo modo di essere comunità. La vera questione rimane quella di facilitare i processi di transizione in modo tale di far partire il cambiamento.

Riappropriarsi del rapporto con i territori è fondamentale anche nell’ottica di riattivare processi economici nuovi e ormai necessari per la sopravvivenza delle stesse sale e in prospettiva anche delle parrocchie. È necessario studiare modelli economici che sostengano le sale per come concretamente si realizzano, in relazione alle risorse e alle tecnologie disponibili e nella forma che ‘l’impresa culturale sala’ assume nello spazio e nel territorio. Vediamo anche dalle ultime riaperture di Sale della comunità (vedi articolo in basso) come la forma di gestione economica sia diventata fondamentale. Il fatto che siano, poi, delle Cooperative sociali a chiedere alle parrocchie di prendersi in carico la riapertura di SdC e la loro gestione, ci suggerisce che questa tipologia di impresa tende ad avere una pluralità di obiettivi e di valori legati ai servizi verso la comunità.

La parrocchia è di tutti. Le Sale della comunità sono di tutti: è nel loro Dna. Esse non sono ad appannaggio di una piccola percentuale di cristiani per riaffermare la propria fede, ma sono utili in quanto laboratori di idee, avamposti di socialità e costruttrici di comunità.

Tutto questo passa attraverso una vera riforma interiore della Chiesa, che è la ‘conditio sine qua non’ per la conversione e la riqualificazione delle strutture. Interiorità che non si declina con la quiete dell’anima, ma con l’inquietudine del pensiero e del dubbio. Quindi non calma piatta. ‘L’inquietudine è un segno di intelligenza’. Non ci si accontenta della vita così come viene, non ci basta l’apparenza e alla fine nemmeno la realtà. C’è qualcosa che eccede e che cerca (come insegna Agostino). È compito delle ‘Sale inquiete’ stare sulla soglia del reale per spingerci all’interno della tensione tra il pensare e l’agire. Dimostrazione di inquietudine è la ricerca del senso e dell’essenza della vita, che passa attraverso il tentativo di decifrare la verità umana, pur nella sua fragilità e nella sua debolezza.

Cinema e teatri parrocchiali si ripensano dopo la pandemia: «Studiare modelli economici, in relazione alle risorse e alle tecnologie disponibili» Il rapporto con il territorio centrale per essere vera impresa culturale

Il Cineteatro Nuovo di Magenta (archivio)